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giovedì 8 gennaio 2015

"Pervinca" e "Peonia": la magia della Radura Incantata

Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca
Chiudo gli occhi, faccio un salto, e dall'Inverno finisco nel tiepido abbraccio della Primavera: con la fantasia si può fare questo ed altro!

Ti avevo già spiegato che vivo le stagioni in un modo tutto mio, e spesso mi capita di avere ispirazioni improvvise che poco si adattano alle regole del tempo dettate dalla logica. Del resto quando si sogna (specialmente quando lo si fa ad occhi aperti) tutto è concesso, e ci si può ritrovare d'Inverno a tessere il colore dei fiori in boccio.
Questa volta la magia si è compiuta mentre ripercorrevo i sentieri del racconto "Risveglio di Primavera": prendendo per mano la piccola Serena ho camminato al suo fianco, e insieme siamo giunte nella radura deliziosamente ornata di fiori variopinti. Là, ho gioito insieme a lei della preziosa bellezza racchiusa in ogni dono di Madre Natura; ho danzato, saltellato e riso ancora una volta in compagnia della dolce bambina.
Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca
Serena ha poi ripreso il suo cammino, mentre quella parte di me che le ha dato vita, e che per questo motivo vivrà per sempre nel racconto, è rimasta nella radura a saziarsi della bellezza, della grazia di quel luogo di Armonia. Molte volte incontrerò ancora Serena lungo la sua Via: quando ciò accadrà le donerò qualcosa di me, e lei farà altrettanto, prima di proseguire per la sua strada. Di volta in volta quella particella del mio essere ritornerà sui passi già compiuti, osserverà ciò che la circonda e forse scoprirà un nuovo cammino, un dettaglio su cui è opportuno soffermarsi per ricominciare il Viaggio, ancora e ancora.

Mentre rivivevo la gioia che eternamente risiede nella Radura Incantata, la mia fantasia ha tratto nutrimento dall'immagine dipinta dal mio cuore e così sono nate "Pervinca" e "Peonia", due belle tessiture firmate ArJànas, realizzate interamente a mano. Per tessere Pervinca ho scelto dei filati in alpaca e lana, sia per l'ordito che per la trama; nelle trame di Peonia, invece, ho intrecciato i filati de "La fattoria del Gelso" all'ordito in mohair. Entrambe le tessiture si chiudono con dei graziosi bottoni in legno che la piccola protagonista della storia ha raccolto con le sue manine. 
Se guarderai attentamente, capirai che i bordi di "Pervinca", che apparentemente sembrano ornati da un pizzo realizzato all'uncinetto, in realtà sono costellati da delicati petali! Dal canto suo, "Peonia" ha sulle trame una graziosa lavorazione che ne esalta le luminose sfumature e i colori.
Insieme alle creazioni riceverai "Risveglio di Primavera", il racconto che le ha ispirate...
Quando la magia della Luna tornerà a picchiettare sulle palpebre della piccola Serena, conducendola nel luogo d'Incanto, io sarò con lei, e dalle mie mani nasceranno nuovi tessuti che avranno i colori dei suoi sogni.

Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca
"Pervinca"
Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca
"Peonia"
Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca
"Pervinca"

venerdì 24 ottobre 2014

"La finestra sull'autunno": quando ogni foglia è un fiore

"L'autunno è una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore." Albert Camus

Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpacaCon queste bellissime parole ti presento "Ghianda", la prima delle sciarpe tessute insieme al racconto "La finestra sull'autunno"! Ho deciso di abbinare questo racconto alle creazioni che realizzerò durante questa stagione. I colori e gli elementi dell'autunno si fondono in una sciarpa calda calda, ispirata al romantico tempo delle foglie dai mille colori. Il bottone fatto a mano in legno di limone, la ghianda realizzata all'uncinetto e a maglia, sono i dettagli che la rendono unica nel suo genere, insieme alla piccola Jana annodata sul cordino di lana: la "firma" che contraddistingue le creazioni ArJànas.
L'ordito in mohair e la particolare lavorazione della trama in lana merinos le conferiscono morbidezza e volume. È un abbraccio color senape!
Per informazioni e per acquistare la sciarpa insieme al racconto rilegato a mano, contattami!
E ora... non ti resta che leggere la storia! :)


- La finestra sull'autunno -

"Era una tranquilla mattina di fine ottobre e Sofia si soffermò davanti alla finestra del soggiorno ancora qualche istante, prima di uscire per andare a lavorare. Di tanto in tanto le capitava di indugiare sul mondo che si estendeva oltre quel vetro, quasi volesse constatare se potesse rivelarle dei dettagli invisibili agli occhi. Particolari che possono essere scorti solo osservando attraverso il vetro di una finestra, e non si dissolvono varcando la soglia di casa: proprio allora divengono concreti quanto il vetro stesso.

La prima volta che visse questa esperienza aveva nove anni. Quella domenica Sofia era impaziente e felice, grazie all’aria frizzante e al pensiero dei due giorni di vacanza che avrebbe vissuto di lì a poco. Mentre giocava insieme alla cugina presero a battibeccare, come al solito; detestava il modo in cui questa la fissava con insistenza, gli occhi a pochi centimetri dai suoi. Di punto in bianco le venne l’idea che avvicinandosi così tanto, sua cugina potesse vedere qualcosa di strano che stava acquattato dentro di lei, pronto a balzare fuori. Era solo un’impressione, ma venire fissata in quel modo la metteva ugualmente in stato di agitazione.
– Vuoi smetterla? – sbottò Sofia, dopo aver finto indifferenza per un tempo che le parve interminabile. Una paura irrazionale le cresceva nel petto, si allargava e raggiungeva la sua pancia, pesante quanto un macigno. Cercava di resistere per dimostrare che non sarebbe stata al gioco, ma per sua cugina il vero gioco era proprio quello. Non tanto il momento in cui sarebbe esplosa dopo essersi trattenuta, bensì osservare il tragitto della fiamma da lei accesa che, secondo i propri tempi, percorreva senza fretta la miccia che la collegava all’ordigno nascosto dentro Sofia.
– Non ti sto toccando! Sto solo guardando cos’hai dentro gli occhi! – ridacchiò sua cugina, e l’ordigno che aveva innescato le esplose in faccia: Sofia le assestò uno schiaffo, poi un altro e un altro ancora. Ne sarebbero arrivati altri se non fosse stato per sua madre, che la afferrò per le braccia, sollevandola, e la portò a casa senza dire una parola.

Per aver reagito in quel modo venne punita e non poté uscire di casa per tre giorni. In quei tanto attesi giorni di vacanza rimase seduta su una sedia posizionata di fronte alla finestra della sua camera, a guardare gli altri bambini che giocavano nella via. Certo, avrebbe potuto osservare anche tutto il resto, ma quella fu l’unica scena che catturò la sua attenzione in modo inaspettato. Aveva il permesso di alzarsi solo per mangiare, andare al bagno e dormire. Poi doveva tornare al suo compito, fare la vedetta davanti alla finestra.
 
Al secondo giorno ebbe l’impressione che la notizia della sua punizione si fosse sparsa oltre confini a lei sconosciuti, dove i suoi occhi non erano mai arrivati. Vedeva, tra i tanti volti dei bimbi che abitavano vicino casa sua, alcuni che le erano del tutto estranei. Apparentemente la scena sembrava quella di sempre, ma osservando bene Sofia non poteva fare a meno di notare in essa qualcosa di incongruo. C’erano degli elementi fuori posto, come se certi bambini non appartenessero a quello scenario e avessero cercato di infilarsi in esso forzatamente. “O forse ad essere fuori posto sono proprio io”, pensò, trovandosi prigioniera al di là di una finestra a osservare un paesaggio di cui solitamente si sentiva parte integrante. Aveva giocato tante volte insieme a quei bambini, e nonostante questo nessuno pareva accorgersi della sua assenza. Continuavano a giocare e a vivere la loro vita come se niente fosse, come se in realtà Sofia non fosse mai esistita. Stare dietro la finestra rendeva tutto diverso.

A dir la verità, in diverse occasioni i bambini si accorsero di lei. Infatti, come se un regista nascosto chissà dove avesse fatto loro un cenno, questi parevano recitare ciascuno la propria parte per dar luogo a una triste messinscena. Improvvisamente si divertivano ancora di più, ridevano con maggiore foga e si incitavano a vicenda. Poi dopo poco tempo, come se le loro batterie avessero consumato la carica, perdevano gradualmente velocità, conferendo alle loro azioni un ritmo più naturale e spontaneo. Sofia si sentiva come uno degli spiriti delle leggende, che appaiono e scompaiono quando il velo tra i mondi si assottiglia. Solo che non incuteva terrore a nessuno, era lei ad avere paura.
Oltretutto si sentiva avvilita, più che dalla punizione in sé, dalla crudeltà che questa aveva risvegliato nell’animo dei bambini che fino a poco tempo prima erano stati suoi compagni di giochi. “Non mi ero mai accorta che fossero così”, pensò. “Forse quando giochiamo insieme mi comporto anch’io in quel modo, senza rendermene conto”. A quel pensiero Sofia impallidì. Fu come scoprire di avere una gemella cattiva che prendeva il suo posto per svolgere le azioni più spiacevoli e insensate, in modo tale che lei non le ricordasse e non si ponesse dei dubbi a riguardo.

Al terzo e ultimo giorno si verificò un episodio che alleviò la sofferenza di Sofia, ma al contempo le diede la certezza che la notizia del suo stato di prigionia era giunta fino a orecchie estranee al suo piccolo mondo.

In un momento imprecisato del pomeriggio, vide in lontananza un bambino che passeggiava in compagnia di una donna e, tenendole la mano, si dirigeva verso Sofia. La donna sorreggeva quella minuscola mano come se stesse dando riposo dal volo a una rara farfalla o a un uccellino, attenta a non stringere troppo la presa per non danneggiare la delicata struttura delle ali. Era una presa molto diversa da quella a cui Sofia era abituata. A volte le sembrava che la sua mano potesse fuggire via chissà dove, lasciandola monca. “È così preziosa che la mia mamma ha paura di perderla”, ripeteva tra sé, per trovare un senso a quella forte morsa che spesso la opprimeva.

Improvvisamente, la mano del bimbo spiccò il volo e si librò nell’aria per un po’, assaporando la libertà che si insinuava tra le dita. Sua madre rimase in disparte e lo osservò unirsi agli altri bambini, per giocare insieme a loro. Guardò la mano che poco prima aveva sfiorato quella del figlio, e sorrise, ripensando alla sensazione che aveva provato nel tenere tra le cinque dita una vita che non le apparteneva, ma della quale era partecipe.

Dopo aver giocato per qualche tempo, il bambino si staccò dal gruppo per raggiungere nuovamente la madre, che ora chiacchierava con una vicina di casa di Sofia. Cercava di dirle qualcosa di importante, così attirò la sua attenzione aggrappandosi al suo braccio, che venne giù come il cordone collegato al campanello di un’antica dimora. Lei si chinò, e il bambino le riferì qualcosa all’orecchio, un segreto da non condividere con altri. La giovane mamma fece un cenno di assenso con la testa, al che il bambino corse in direzione dell’altissimo pino che allora si trovava in un’aiuola situata poco distante. Qui, dopo aver esaminato attentamente il terreno, raccolse una grossa pigna.

Sofia lo vide correre verso la sua finestra. In pochi istanti il bambino fu proprio di fronte a lei e le chiese di aprire, battendo lievemente sul vetro con la pigna. Sofia ci pensò un attimo su. Non voleva che i suoi genitori inasprissero la punizione venendolo a sapere, ma la voglia di parlare con qualcuno era tanta, così la aprì. Il bambino giocherellava con la pigna, indeciso su cosa dirle. Dopo qualche minuto, alzò di scatto gli occhi davanti a sé.

– Ti piacciono i pinoli? – chiese, con l’espressione di chi ha trovato la soluzione di un enigma.

– Moltissimo! – rispose Sofia. Sentire la sua bocca riprendere vita dopo tre giorni di silenzio le provocò disagio. Le sembrava che la lingua avesse messo radici nel palato e lei dovesse sradicarla come un’erbaccia, per piantare al suo posto una pianta che desse maggior frutto.

– Ne sbuccio qualcuno e li mangiamo insieme, – disse il bambino, sollevando la pigna sulla sua testa con entrambe le mani, come se si trattasse di una coppa appena conquistata.

A Sofia quella scena sembrava del tutto irreale. Annuì silenziosamente.

– Sta’ attento a non fare troppo rumore, – disse, mentre il bimbo cercava un sasso per spaccare la buccia dei pinoli.

Il bimbo la guardò. La raccomandazione di Sofia doveva essere di vitale importanza. Annuì brevemente.
– Tranquilla, non posso farne più di tanto. – Ci pensò su e continuò, – ma non posso romperli con il pensiero.

A quelle parole, chissà perché, Sofia si tranquillizzò e aspettò la sua parte di pinoli, in silenzio.
 I due bambini li mangiarono senza parlare. Di tanto in tanto l’uno guardava l’altro, come per controllare che fosse ancora dove l’aveva lasciato. Dopo mezz’ora al massimo, la mamma del bambino lo richiamò a sé.

– Francesco, dobbiamo andare. Saluta la tua amica!

Francesco, che nell’udire la voce di sua madre si era voltato, tornò a guardare Sofia.

– Ora devo andare, – disse, posando la pigna sul davanzale, – questo è un regalo per te. Se trovi un pinolo a forma di mano puoi esprimere un desiderio!

– Grazie! – sussurrò Sofia, – ciao, Francesco!

– Ciao! – trillò Francesco, e si allontanò per andare a posarsi nuovamente sul quel ramo che era la mano di sua madre.

Guardando il suo dono la bambina provò un senso di pace. Quella mezz’ora aveva dato senso ai tre giorni di solitudine e prigionia che aveva vissuto. Più tardi, ripensando alle parole di Francesco, le venne voglia di trovare il pinolo a forma di mano. “Però non posso fare rumore”, pensò, in un misto di delusione e impazienza. Poi dal nulla sentì crescere dentro il cuore un’emozione mai provata che cancellò ogni incertezza dalla sua mente. Si fece coraggio e afferrò uno degli zoccoli di legno che portava ai piedi. Estrasse dalla pigna tutti i pinoli rimasti e li aprì uno dopo l’altro, alla ricerca del pinolo a forma di mano. Non lo trovò. Ne fu un po’ delusa, ma ripensando a ciò che poco prima le aveva offerto Francesco si rasserenò. Quella del bambino era una semplice mano, come ne esistono tante, eppure aveva conosciuto la libertà. Questa vi si era impressa, e lui gliel’aveva mostrata inconsapevolmente.
Sofia sgranocchiò gli ultimi pinoli lentamente, per dare ancora un po’ di respiro alle emozioni che provava in quei momenti. Guardò oltre la finestra. Il paesaggio deserto si impregnava delle tinte dorate e carezzevoli di un tramonto d’autunno. Solo il vecchio pino rimaneva al solito posto, altissimo e rassicurante, con le sue pigne ricolme di desideri da esprimere. Ormai tutti i bambini avevano rincasato, la sua punizione era finita e il giorno seguente avrebbe riguadagnato il suo posto nel gruppo, ma per certi versi Sofia non si sentiva più come i suoi compagni di giochi. Attraverso la finestra aveva visto qualcosa di inspiegabile che le dava questa certezza. Eppure non si sentiva triste o sola, né aveva paura.

Solo molti anni dopo, Sofia comprese il reale valore del dono di Francesco. Ripensò tante volte a lui e alla sua mano, che ora volava chissà dove.
 Una mano che non avrebbe rivisto mai più."


Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca

Sciarpa ArJanas tessuta a mano al telaio in lana e alpaca

martedì 23 settembre 2014

"Jana della Luna": Tessere di luna e di donne

Ogni creazione ha la sua storia e il suo momento per "prendere vita" dalle mie mani.
Dedicare i miei pensieri alla luna, fonte incorruttibile di ispirazione e gioia, è per me un gesto di rigenerazione, a prescindere dal volto che questa sta svelando o celando in quel dato momento.
La finestra aperta è sempre pronta ad accogliere i suoi raggi che, come dita impalpabili e materne, si posano sui fili di lino e sulle mie mani, guidandole durante la tessitura, imprimendovi idissolubili scie d'argento...
Tessere con la luna è attingere serenità dal luminoso pozzo del cielo e, con amore e fiducia, lasciarsi guidare. 

Ieri notte ho tessuto un nuovo gioiello ArJànas "Jana della Luna" e la tessitura ha dato origine a questi versi, probabilmente non perfetti, ma che rappresentano per me uno degli aspetti del legame indissolubile tra l'animo femminile e la luna.
Accompagnano il gioiello della foto qui a lato, spero tu possa trovarti in sintonia con essi...




- La Prima Donna -


© Terri Foss
La Prima Donna dimora sulla luna, 
Fin da quando la terra era bambina.
Nelle silenziose
notti del tempo passato,
Una donna ne udì il soave canto.
Volse lo sguardo all'infinito candore
E scorse la Prima Donna che
In gioiosa solitudine 
Le tendeva la mano,
Cantava, rideva.
Dalle sue dita un filo sgorgò, 
raggio di luna, grazia del cuore.
La donna balzò
In punta di piedi,
Protese le mani.
Volle abbracciare la luna
Afferrare il filo,
Sconfiggere l'altezza
Annullare il distacco.
Così, un'altra donna arrivò
e un'altra ancora.
Unirono le mani,
Filarono gli intenti
Tessendo l'ardore, 
Rammendarono il dolore
E un immenso manto si librò nel cielo.
Quando le donne anelarono alla luna,
la raggiunsero.
Insieme.

domenica 30 marzo 2014

Flora - Risveglio di Primavera

Collana Flora tessuta a mano con seta selvatica creazioni ArJànas"Era una notte di Primavera e un fresco venticello spirava tra le vie del paese, portando a spasso un pugno di foglie dimentiche del fatto che l'Autunno fosse trascorso ormai da mesi. Il paese, da secoli disteso ai piedi di un piccolo monte, era un luogo che qualche persona poco accorta potrebbe definire "abbandonato da Dio". Anche lo scorrere tempo, per queste persone, sembrava essersi trasferito altrove. In realtà era un delizioso paese del centro Sardegna: qui le antiche mura di pietra delle case erano intervallate da fonti e ruscelli bordati di muschio ed erbe profumate, e da lisce pietre dove, nei giorni d'estate, ci si poteva crogiolare al sole, con una mano immersa nelle acque che correvano fresche per raggiungere il mare. Il paese, tra gli abitanti succedutisi negli anni, aveva visto nascere e crescere una ragazza ora di sedici anni, di nome Serena. Occorre dire che quella notte il suo nome non la rappresentava minimamente: avrebbe voluto dormire, o almeno così credeva, e serrava gli occhi forzatamente ricercando il sonno che tardava ad arrivare.
La luna, - ah, la luna! - che effetto le faceva! Sembrava sussurrarle che la notte è un universo da scoprire, e quando lei diviene piena e tonda, lucente specchio dell'anima, non la si può sprecare dormendo. Serena era sicura che fosse proprio la luna a stuzzicarla, suggerendole questi pensieri. Il dolce viso immerso nell'oscurità della volta notturna carezzava ogni cosa con la sua luce vellutata e, specialmente nelle notti di primavera, quando la Natura si prepara a cantare la sua antica, perenne canzone, un senso di vitale fermento emana dai suoi raggi per posarsi sulle rare fanciulle adatte a riceverne il tocco. Serena era proprio tra queste.
La voce della luna piena, da qualche anno, riusciva ad avere la meglio sulla sua mente. In quelle particolari notti, dopo essersi rigirata nel letto per un tempo che le pareva interminabile, la ragazza prendeva a camminare su e giù per la stanza come un animale in gabbia, sentendosi pervadere da un'energia cui non riusciva a dare un nome né a descrivere con precisione.
Sapeva solo che in quei momenti avrebbe potuto fare e creare una serie infinita di cose ma, data la sua giovane età, era costretta a rimanere in camera sua, perciò si limitava a immaginare le azioni che avrebbe desiderato compiere. Questo esercizio non le dava affatto sollievo e anzi, spesso generava una sensazione di inadeguatezza e sconforto per la sua condizione. Il mondo che si estendeva al di là di casa sua le sembrava ancor più vasto e meravigliosamente sconosciuto, tutto da esplorare, ma lei non poteva percorrere le sue infinite strade.
Serena trascorreva svariate ore in preda a questa misteriosa irrequietezza finché, esausta, si lasciava andare sul vano della finestra, dischiudendola lievemente insieme alle persiane, invitando così la luna a entrare in camera sua. Compiva ogni gesto con fare furtivo; non voleva che i suoi genitori la sorprendessero ancora sveglia e cominciassero a interrogarla sospettosamente. Lasciare che la luna prendesse posto nel suo cuore era l'unica soluzione possibile, in quei casi. Quindi, dopo aver provato a resisterle per un tempo indefinito, faceva ciò che la sua natura reclamava: si avvolgeva nella spessa coperta di lana e così, cullata dai limpidi raggi lunari, il suo viso un terso riflesso dell'astro d'argento, poco dopo cadeva addormentata.
Anche in quell'occasione lo scenario si presentò pressoché identico; eppure, nel luogo che si trova tra il sonno e la veglia, qualcosa di differente accadde. Il ricordo della sua cara nonna, e della storia da lei narrata infinite volte, sbocciò dolcemente come un tenero e promettente germoglio nella mente di Serena. Il racconto aveva come protagoniste delle fanciulle candide come la luna che in quel momento regnava nel cielo, sovrana indiscussa. Nelle notti di plenilunio le fanciulle danzavano nella radura, leggiadre, strette in cerchio attorno al piccolo lago a loro sacro. La nonna indicava sempre il punto esatto con il suo dito paffuto e rugoso:
- Eccole! Sono proprio là! - diceva alla nipote con voce birichina.
- Ma nonna, io non vedo niente. Sei sicura che lassù ci sia qualcuno?
- Certo che c'è. Le fate stanno danzando, altrimenti non ci sarebbe tanta luce. Se ogni mese guarderai il monte con attenzione, prima o poi le vedrai anche tu. Però bada bene, non dovrai saltarne nemmeno uno! - e lo diceva con un tono così sicuro e serio che Serena non poteva far altro che crederle.
Fin dal terzo compleanno della bimba, mese dopo mese, anno dopo anno, le due si ritrovarono sulla terrazza a scrutare con attenzione il monte che si ergeva davanti casa della nonna. Quest'ultima, dopo aver studiato il panorama, puntualmente prendeva a raccontare alla nipote cosa riusciva a scorgere nel paesaggio rischiarato dai raggi lunari:
- Guarda guarda, oggi le fanciulle sono ancor più belle del solito: indossano delle nuove vesti leggere come l'aria, dello stesso colore del grano maturo ricolmo di vita. Stanotte danzeranno proprio per lui, perché cresca alto e dolce, e per i papaveri che vi spuntano in mezzo. Più saranno rossi meglio sarà per tutti! - annuì, rivolgendo il suo sorriso alla montagna, la mano dell'adorata nipote posata tra le sue. Il canto dei grilli, sottofondo della calda notte estiva, le dava ragione.
Il racconto della nonna seguiva il ciclico evolversi del tempo e delle stagioni, e sebbene qualche volta le storie paressero somigliarsi, c'era sempre una sfumatura speciale che le contraddistingueva dalle altre, un prezioso insegnamento dalla semplicità disarmante. Questo era il dono innato della nonna: rendere unico e magico anche il conosciuto. Poiché sapeva varcare l'immagine fisica delle cose, in sua compagnia la vita non aveva modo di essere banale. Serena le era molto legata e trascorreva molto tempo in sua compagnia, a nutrirsi delle storie che la nonna le raccontava e del suo sapere.
Quando le capitava di sentirsi triste, anche se ciò accadeva di rado, le bastava fare una passeggiata con la nonna per riuscire a esserlo un po' meno. In quelle occasioni la vecchina non le domandava cosa non andasse, o il motivo della sua tristezza. Ella, intuendo la situazione, si dava da fare per mostrare il nuovo nel conosciuto a sua nipote, "perché" diceva, "se ti senti triste non devi indugiare nella tristezza, ma spazzarla via con la felicità. Va bene anche se ne trovi una piccola piccola".
- Vieni con nonna, sa pippia* - esclamò una volta che Serena era giunta da lei in lacrime; allora la bimba aveva da poco compiuto otto anni. Mentre filava seduta sul bordo della fontana, nella piazza del paese, dei ragazzi più grandi presero a farsi beffe di lei chiamandola "Tzia Serena". A quanto pare, secondo loro, stava assumendo le sembianze di una vecchia zia per via dei suoi interessi "antichi" e del troppo tempo trascorso insieme a sua nonna. Le tolsero di mano il fuso con la lana che aveva filato poi, dopo averlo gettato nella fontana, corsero via ridendo e lanciandole addosso dei sassi. Piangere non rientrava nelle abitudini di Serena perciò la nonna, intuendo la gravità dell'accaduto, impugnò con flemma il suo fuso e la conocchia con il lino, condusse la nipote fuori casa, e attraversando un discreto tratto di campagna la guidò su per il bosco. Quando vi giunsero imboccarono un sentiero che non avevano mai percorso insieme, ma che, evidentemente, la nonna conosceva molto bene: si muoveva con agilità tra i cespugli della fitta macchia e pareva sapere con largo anticipo quali rami scostare e dove posare i suoi passi. Alcuni passaggi erano del tutto nascosti alla vista e Serena pensò che sua nonna avesse l'abilità di crearli dal nulla con un tocco o, probabilmente, con la sola forza della volontà.
Camminarono a lungo per vie tortuose, tanto che la bimba ebbe l'impressione di essere stata legata al fuso della nonna, e di girare e girare, sorretta da fili che non potevano essere visti. Si sentiva talmente disorientata da non ricordare più il motivo di quel lungo vagare.
D'un tratto, dopo aver oltrepassato un muro di erica in fiore, uno scenario da levare il respiro si aprì davanti ai loro occhi, e fu il colpo di grazia ai tristi pensieri della bimba. Era una radura perfettamente rotonda, di un verde punteggiato di colori; questi ultimi erano i fiori che, deliziosamente, vi crescevano numerosi. Serena era sicura di non aver mai provato tanta gioia prima di allora: prese a saltellare e a danzare facendo mille piroette, lanciando baci con le mani a ogni fiorellino nato in quel luogo di armonia. Improvvisamente aveva voglia di intonare canzoni che ancora non erano state cantate, di ridere spensierata e avere nel cuore tutta la felicità del mondo. Ricordò il motivo dell'ormai lontana tristezza e rise ancor di più, tanto le sembrava insignificante l'opinione di quelle persone.
La nonnina lentamente si levò le scarpe e, dopo averle sistemate ordinatamente oltre i confini della radura, con uno sguardo suggerì alla nipote di seguirla. Serena, dopo averla imitata e aver a sua volta liberato i piedi dalla stretta delle calzature, non esitò un solo istante. Le due si misero in cammino: procedevano lentamente attraverso un nuovo sentiero, addentrandosi tra le alte querce che cingevano la radura appena lasciata alle loro spalle. D'improvviso l'aria si fece nuovamente silenziosa: soltanto gli uccellini la allietavano con le loro cristalline melodie, e il vento muoveva in una danza le verdi chiome delle querce, accompagnando il loro bel canto.
La gioia spontanea provata poco prima dalla bimba non scomparve, bensì mutò in un sentimento di partecipazione al delicato equilibrio di quel luogo meraviglioso. Di tanto in tanto Serena giungeva le manine sul petto e raccoglieva un po' della Luce silenziosa e traboccante che le illuminava l'animo, spargendola poi come polvere luminosa sul sentiero. Le sembrò che quella stessa scena si ripetesse, immutata, da un tempo che non riusciva a calcolare. C'era stato forse un altro tempo, del quale non conservava memoria, in cui il suo cuore aveva provato la stessa gioia?
Nel frattempo la nonna procedeva dinanzi a lei con passo lento ma sicuro. Non si voltò nemmeno una volta per controllare se la piccola la seguisse, certa che in ogni caso avrebbe trovato il modo di raggiungerla. La lunga gonna ondeggiava ritmicamente scoprendo e poi coprendo i piedi nudi e leggeri.
Serena osservava sua nonna e la vedeva ringiovanire ad ogni nuovo passo. Ora non avrebbe più saputo dire con certezza chi tra le due fosse la più giovane. Nessuno avrebbe potuto farlo. Fu proprio quando questo pensiero si mostrò alla sua coscienza che una musica fresca e vitale nacque oltre le fronde; in principio se ne udiva solo l'eco, che ne conservava immutata l'essenza; poi, a poco a poco, la melodia crebbe d'intensità, avvolgendo ogni cosa. Era la voce dell'acqua che con la sua forza richiamava a sé gli spiriti di quel luogo per offrir loro la sua infinita saggezza.
La nonna, nell'udire il richiamo, sollevò la mano destra che impugnava il fuso e parve raccogliere con un rapido movimento qualcosa che galleggiava nell'aria. Serena, distratta dai furtivi movimenti di una donnola che scompariva tra i cespugli, ebbe modo di intravedere soltanto la scia del gesto impressa nell'aria, quando si era in parte già dissolta, ma ebbe ugualmente un sussulto.
- Cos'è stato? - domandò alla nonna rompendo per la prima volta il silenzio, ma non ricevette alcuna risposta.
La piccola si impose di essere più vigile da quel momento in avanti, ma la scena non si ripeté.
Le due si trovarono ben presto a dover passare accanto ad un alto costone roccioso che si ergeva accanto al bosco. Tra gli alberi e la roccia vi era uno spazio assai limitato per procedere. Le fronde, incontrando la parete, avevano dato vita a un cunicolo dove la luce filtrava a stento. Solo di tanto in tanto una lama sfavillante infliggeva un luminoso colpo all'oscurità, lasciando trasparire la bellezza struggente dell'angolo che liberava dal buio.
- Se al mondo esistono luoghi come questo, mi basterà immaginarli per non essere più triste - pensò Serena, mentre procedeva a testa alta tra il buio e la luce.
Il cunicolo arboreo diede una stretta svolta, dopodiché nonna e nipote ne furono fuori.
A Serena occorsero svariati istanti per far sì che gli occhi si abituassero alla luce, dopo il tempo trascorso nella semioscurità. Quando questo accadde, rimase ancora una volta senza parole per ciò che vide: un fiotto d'acqua sgorgava con forza da un'ampia fenditura della roccia, andando a riversarsi in una polla che emanava caldi vapori. L'acqua limpida e invitante scrosciava tra le candide rocce, che la incastonavano come la preziosa gemma al dito di una dama gentile.
La nonna si voltò verso Serena e le sorrise come mai aveva fatto prima di allora. Serena le restituì il sorriso, lasciandosi cadere sull'erba morbida e rotolandosi come un cucciolo libero e giocoso. Lì distesa aprì le braccia, guardò il cielo, e tutto, tutto le sembrò incredibilmente lontano. Ciò che veramente aveva valore non poteva esserle sottratto; la parte più bella e delicata del suo essere non si poteva colpire con i sassi: solo lei poteva accedervi, e questo la rincuorò, colmandole l'animo di fiducia. Si mise a sedere e istintivamente cercò sua nonna: questa, seduta sulle rocce che racchiudevano la polla, stava filando perfettamente integrata nel paesaggio circostante. Ne faceva parte quanto le api e le farfalle, i fiori dei prati, le querce del bosco e gli animali che lo abitavano. Serena le si avvicinò saltellando e si sedette ai suoi piedi, osservandone attentamente i gesti.
- Tu, bambina mia, non hai ancora capito chi sei né quali armi possiedi, - disse la nonna dopo qualche tempo, continuando a filare. Serena la guardava incuriosita.
- Io non ho armi! - rispose divertita. L'idea di andare in giro armata le sembrava davvero assurda.
- Non tutte le armi servono a fare del male - esclamò la nonna, quasi avesse letto i suoi pensieri.
Serena ci rifletté un po' su.
- E allora, se non servono a fare del male, a che servono? - domandò, incredula, la bimba.
- Ma come, - la incalzò la nonna - le hai usate tante volte e ancora non lo sai? - e rise, riponendo il fuso sulla roccia e sollevandosi in piedi. La bimba provava a seguire il filo di quel discorso, ma più ci provava e più si sentiva confusa. La nonna si mise davanti a lei e, guardandola negli occhi, pose entrambe le mani sulle sue spalle. In quel momento la nonna le sembrò altissima; eppure, in realtà, la donna la superava di poco in altezza.
- Le tue armi sono qui dentro - disse, posando una mano sul petto della piccola - e qui dentro - proseguì, sfiorandole la fronte con un dito. Poi, dopo aver tirato un lungo sospiro, continuò:
- Non sai ancora quali siano né a cosa servano, ma ora che ti ho messo a parte della loro esistenza, piano piano imparerai riconoscerle, quando le userai - diede un pizzicotto sulla guancia della nipote e con una strizzata d'occhio chiuse il discorso.
Serena, sbigottita, avrebbe voluto porre tante domande a sua nonna, ma questa si allontanò velocemente da lei. Dopo aver percorso qualche metro si voltò repentinamente.
- Beh, non vieni? - gridò, sovrastando la voce della cascata. - C'è ancora un'ultima cosa che devi vedere.
Serena la raggiunse e insieme si avviarono oltre una siepe di cisto che distava qualche metro dalla polla. La nonna scostò un ramo scoprendo un passaggio nella roccia e invitò Serena a precederla. Ora si trovavano dietro la cascata, in un luogo che risultava completamente invisibile dall'esterno.
- Vedi, sa pippia? - proseguì, - anche se da fuori non si vede, non si può certo dire che questa bellezza non esista! Anche dentro di te esiste tanta bellezza che non riesci a vedere, perché non hai ancora imparato a riconoscerla: per far questo devi sapere che c'è. Ora, il resto devi farlo tu, vivendola. Vivere la tua bellezza è un'arma che potrà difenderti e permetterti di realizzare grandi cose nella vita.
Serena si sentiva stordita, nessuno le aveva mai detto una cosa simile. Abbracciò sua nonna e calde lacrime di felicità le rigarono il viso. La bambina si sentiva come se dentro di lei fosse stata aperta una fonte prima sconosciuta. Le venne voglia di bagnarsi in quelle segrete acque e di conoscerne tutti i misteri, ma non sapeva da dove cominciare. Si guardava intorno, frastornata.
- Vivi la bellezza che sta fuori e chiedile di mostrarti quella che si nasconde all'interno del tuo cuore. Immergiti in queste acque, ti farà bene e ti aiuterà a capire - così dicendo la nonna sgattaiolò via, lasciando Serena da sola all'interno della piccola cavità rocciosa. Dopo qualche istante trascorso a pensare alle parole della nonna, si tolse tutti i vestiti e cercò di entrare in acqua, facendo attenzione a dove posava i piedi. Una mossa maldestra la fece scivolare con un bel tonfo. Quando riemerse dall'acqua, Serena scoppiò a ridere della sua goffaggine.
- Altro che bellezza, non ne combino mai una giusta. Sono una frana!- poi, riflettendo sulle parole pronunciate poco prima da sua nonna, si rese conto che questo non era ciò che pensava realmente, e si meravigliò subito di averlo capito.
Immersa nelle calde acque della polla, accompagnata dallo scrosciare della cascata, la bimba sentiva che anche la nuova fonte che aveva percepito poco prima stava cantando una canzone. Cercò di seguire quel ritmo con la voce, e di tanto in tanto, mentre cantava, avvertiva dei brividi di emozione.
- Sarà questa la bellezza di cui parla la nonna? - pensò.
Un dolce languore la avvolse guidandola in una profonda quiete.
Quando si ridestò cominciò a sentirsi affamata, e capì che era arrivato il momento di uscire dall'acqua. Provò e riprovò ad arrampicarsi, ma le rocce scivolose non le permisero di far presa e risalire per recuperare gli indumenti. Con uno slancio attraversò il forte getto dell'acqua calda e improvvisamente si ritrovò all'aria aperta, dall'altra parte della polla. Sua nonna aveva un'espressione divertita mentre la osservava.
- Beh, cosa c'è sa pippia?
- Ho lasciato i vestiti là dentro e non so come tornare indietro.
- E che problema c'è? Esci dall'acqua e vai a prenderli.
- Ma mi vergogno di farmi vedere così! - rispose la bambina, pensosa.
La nonna rise di gusto e, andando a recuperare i vestiti della nipote, le diede ancora da pensare.
- Le vedi queste mani? - disse, sollevandole entrambe, - ti hanno aiutata a nascere. Quando sei venuta al mondo non avevi i vestiti addosso, eppure non ti sei vergognata neanche per un momento - e così dicendo posò il suo scialle sul bordo della polla, per permettere alla nipote di coprirsi. Questa lo afferrò e se lo legò intorno al petto, lasciandolo ricadere come un pareo.
- Forse un giorno capirai cos'è veramente il sentimento della vergogna, - proseguì seria la donna, - e anche quando si dovrebbe provare.
Dopo essersi assicurata che la nonna non la stesse guardando, Serena si asciugò frettolosamente il corpo con lo scialle e indossò la sua camiciola di lino; era l'abito preferiva, per via della sua leggerezza. La camiciola era sottile, e quando Serena si muoveva questa svolazzava ovunque, facendola sentire eterea come una delle fanciulle fatate che popolavano le storie narrate dalla nonna; ma ora, mentre la indossava, la sentiva stranamente pesante. Le parole udite poco prima, sottilmente ricamate dalla nonna nell'animo della bimba, si erano insinuate anche nelle fibre di lino? Di sicuro qualcosa era profondamente mutato. Le sembrò che se non avesse avuto quell'abito, un tempo quasi impalpabile, avrebbe potuto librarsi nell'aria. Rimase a lungo immobile, lo sguardo affidato al fluire delle acque della cascata.
Quando fu tempo di andare la nonna si avvicinò a lei, le porse la mano chiusa e, dopo aver preso dolcemente la sua, vi lasciò scivolare il contenuto: era una collana che lei stessa aveva tessuto per la nipote, dalle sembianze di una piccola donna.
- Questa è tua, sa pippia. Si chiama Flora, perché è nata in Primavera. Prenditi cura di lei come di te stessa - disse, scandendo ogni parola. Legò il gioiello al collo della bimba che, estasiata, ammirava la donnina rigirandola tra le dita.
- Com'è bella! È talmente piccola! - esclamò.
- Vorrà dire che crescerete insieme.
Serena era davvero felice del regalo di sua nonna, quella giornata era stata un crescendo di emozioni. Non aveva ben compreso alcune delle cose avvenute, ma non se ne preoccupò perché pensò che probabilmente le avrebbe fatte sue in un altro momento; in realtà già le appartenevano, ma questo fu proprio il tempo a rivelarglielo.
Nel frattempo la nonna, china su una roccia, stava ripiegando con cura lo scialle che poco prima aveva offerto alla nipote per coprirsi. Era ancora umido e conservava in sé tracce del sentimendo di vergogna lavato via dal corpo della bimba, insieme ad altri pesi che gravavano sul suo animo. L'anziana donna lo richiuse stretto in un involto, quasi volesse evitare che qualcosa potesse liberarsi dalla sua presa. Immerse ripetutamente lo scialle nell'acqua, lo batté e lo strizzò con forza pronunciando delle parole a bassa voce.
Serena, rapita dalla bellezza del dono appena ricevuto, non si accorse di ciò che stava accadendo alle sue spalle.
- Grazie nonnina! - trillò - Non so come farei senza di te - e corse ad abbracciarla ancora e ancora, come se improvvisamente si fosse ridestata da un incantesimo.
- In qualche modo ce la farai. Se continuerai a cantare, a cercare le piccole felicità e a guardare la luna, tutto diverrà semplice.
E così, strette strette, le due ripercorsero la strada che le aveva condotte fino a quel luogo incantato.
Nella vita ogni cosa, bella o brutta che sia, ha una fine reale o apparente. Qualche tempo dopo, infatti, la cara nonnina venne a mancare e Serena ne fu distrutta.
Nonostante le raccomandazioni della nonna, la bimba non voleva più saperne di guardare la luna o di cantare: figuriamoci, poi, se le andava di cercare le felicità. Cancellò tutti i ricordi legati a sua nonna: uno dopo l'altro li rinchiuse in un angolo del cuore per non soffrire più per la sua mancanza. La collana fu riposta lontano dalla vista e dimenticata in breve tempo.
Ma la luna non si lasciò dimenticare: continuò a picchiettare sulle sue palpebre chiuse, spronandola a farsi guardare. Proprio in quella notte di Primavera compì la sua magia, e Serena ricordò ogni cosa: tutto ciò che aveva accuratamente dimenticato la travolse come l'acqua della cascata.
La ragazza aprì l'armadio e scoperchiò la scatolina in cui, negli anni, aveva riposto i suoi pochi beni preziosi: qui trovò la collana. Dopo averla baciata, se la mise al collo, poi si guardò intorno e ascoltò attentamente. Il silenzio della notte le rivelò che i suoi genitori dormivano profondamente.
Afferrò la coperta di lana, si calò dalla finestra e si infagottò per bene.
A passo sicuro e svelto si diresse verso la montagna. Ora ricordava che, da qualche parte, le fate stavano danzando per far rinascere la Primavera, e lei non voleva più stare solo a guardare."

*Sa pippia: bimba.

La storia che avete appena letto è dedicata a "Flora", una collana ispirata alla Primavera e alla sua dolce poesia...
La minuta tessitura in seta ahimsa filata a mano e il cristallo naturale danno forma al corpo della piccola donna fatata.
Verrà impreziosita da una pietra dura a vostra scelta tra:
Chrysotine;
Avventurina;
Malachite;
Granato;
Diaspro Picasso.


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collane ArJànas FloraParticolare della collana Flora   scegli la tua pietra per la collana Flora



Al prossimo intreccio! :)

sabato 9 novembre 2013

"La via delle rosse foglie" - una sciarpa per danzare

Creare questa calda sciarpa lavorata ai ferri e all'uncinetto è stata un'esperienza magica. L'ho realizzata in un filato color ruggine con degli spruzzi d'oro, proprio perché, indossandola, desse l'idea di una romantica via autunnale ricoperta dalle foglie di quei colori.
Un punto tira l'altro, nel vedere le foglie formarsi la mia fantasia ha danzato dando vita alla storia de "La via delle rosse foglie", spero vi faccia sognare come ha fatto con me!

"Nel pomeriggio del 4 novembre 1963 le lacrime bagnarono a lungo il viso di Rosa. Il cielo, notando quella strana ragazza che singhiozzava davanti alla finestra, si rattristò e pianse con lei; non sapeva perché stesse piangendo, eppure assistendo al suo struggimento fece precipitare sulla terra tutte le emozioni represse. Nei mesi precedenti, infatti, non poté azzardare la minima ipotesi di temporale, dato che il sole aveva imperato a lungo sul mondo.
Pochi minuti prima che la pioggia cominciasse a cadere, Rosa si avvicinò piano alla finestra. I piedi, coperti solo dalle calze leggere, avvertirono il pavimento in tutta la sua freddezza, e le lacrime, cadendo, disegnarono aloni misteriosi sulla superficie rossastra e porosa delle piastrelle. Là, proprio vicino al letto, ve ne era una particolare: questa presentava un'impercettibile incrinatura che, di volta in volta, assumeva connotati assai mutevoli. In base alla prima immagine che sarebbe apparsa sulla piastrella non appena apriva gli occhi al mattino, Rosa decideva quale impronta dare alla sua giornata, poiché la piastrella le mostrava ciò di cui aveva più bisogno. Quel giorno però vide un simbolo che non riuscì proprio a decifrare. Lo guardò a lungo, ma non seppe dargli una forma concreta. Improvvisamente e senza alcun perché, scoppiò in un pianto irrefrenabile. Pianse e pianse, trovandosi presto ad annegare in una terribile malinconia. Nelle lacrime avvertì assenza e abbandono, sconforto e lontananza.
- Cosa mi manca? - domandò a se stessa, ma non seppe rispondere, poiché apparentemente possedeva tutto. Pianse ancora.
Il cielo, vedendola , mandò giù tutta l'acqua in suo possesso, e ne aveva proprio tanta, dato che l'aveva conservata per mesi, seppur forzatamente. Mentre le gocce si scagliavano sulla terra, un tuono potentissimo fece traballare il vetro della finestra; ne arrivarono due, poi tre, e la ragazza si allontanò intimorita andandosi a sedere nuovamente sul letto. Le coperte conservavano ancora il calore del suo corpo, tanto a lungo aveva indugiato in quella postazione.
Osservò ancora la piastrella con un vago sentore di amarezza nella gola. Pensandoci bene, il disegno le sembrava proprio una lacrima: in tal caso piangere avrebbe avuto un significato diverso. Eppure no, decisamente, non era una lacrima. Per lo meno questa effimera certezza bastò a interrompere il pianto di Rosa, tanto più che non aveva voglia di continuare oltre. Si guardò intorno, spaesata e straniera nella sua stessa casa.
Il cielo, non riuscendo più a scorgerla dalla finestra, si allarmò; pose fine alle lacrime e decise di intervenire nel suo solito modo un po' precipitoso, temendo che la ragazza, presa dalla disperazione, fosse intenzionata a compiere un gesto irreparabile. In un soffio, un vortice di foglie prese a vorticare davanti alla finestra della camera; non erano tantissime, eppure diedero vita a uno spettacolo atto a catturare l'attenzione di Rosa che, sollevando gli occhi dalla piastrella, si illuminò in un'intuizione fulminea.
- Ma certo! Come ho fatto a non pensarci? - trillò, cercando di infilarsi maldestramente le scarpe per correre fuori casa e compiere ciò che andava fatto.
Le foglie, roteando, davano vita a bellissime forme che si muovevano elegantemente nell'aria, in un tripudio di simboli da leggere e interpretare. Osservandone la danza, Rosa dimenticò tutte le sue lacrime piante senza un perché, e capì che doveva assolutamente unirsi a loro.
- Non era una lacrima, ma una foglia! - esclamò decisa, piroettando verso la danza delle foglie che ad ogni suo passo si scostava, allontanandosi, quasi volesse attirare la ragazza in un luogo ben preciso. Oltrepassati i confini del cortile, superata la lunga strada che conduceva fuori città, Rosa giunse danzando insieme alle foglie in un bellissimo bosco.
Laggiù, alberi altissimi coloravano gli occhi e il cuore senza dar modo alla volubilità umana di prendere il sopravvento. Immersa tra le foglie arrugginite e nel fruscio musicale prodotto dai rami che agitati dal vento si accarezzavano, incitandolo a soffiare, Rosa poteva solo danzare. Le foglie vorticanti del suo giardino invitarono le sorelle del bosco a unirsi a loro, così la danza cambiò ritmo e divenne sempre più concitata. Il fiato della ragazza si spezzò più volte, ancora e ancora; tuttavia non volle fermarsi, trovandosi coinvolta inaspettatamente in quella festa di elementi naturali.
- Vorrei continuare a danzare per l'eternità, se solo potessi! - Rosa urlò con tutto il fiato rimastole in petto e le parole, sospinte dal vento, si librarono alte nell'aria; giunte che furono oltre le chiome degli alberi, si spansero ovunque, fino al limitare del bosco. La ragazza, persa nell'estasi della danza, d'un tratto vide una figura femminile che avanzava imperturbabile nel vorticare delle foglie. Quando le fu vicino, protese la mano e afferrò saldamente quella di Rosa, traendola a sé.
- Lei chi è? Dove vuol portarmi? - domandò Rosa con un filo di voce. Non vi fu risposta, ma la presa della mano della donna si fece ancora più salda. In quella presa, la misteriosa donna condusse la giovane in un punto del bosco ove si trovava una via di alte betulle dalle rosse foglie; le piante, allineate, parevano vegliare sulla via, di modo che solo chi ne avesse il diritto potesse giungere al termine della stessa.
Con un gesto della mano la donna danzante mostrò a Rosa la via: "ecco," sembrò voler dire il gesto, "questa strada ti porterà nel luogo in cui la danza non ha fine."
Rosa cercò di scrutare tra le foglie, oltre il vortice, per scoprire il reale volto della donna, ma non vi riuscì. Guardò davanti a sé, indecisa sui passi da intraprendere. Accompagnandola con fare gentile, la donna si mosse per prima. Danzò tra le foglie e gioiosamente giocò insieme a loro, divenendo parte di esse, del bosco stesso.
- Com'è bella! - pensò Rosa, nonostante potesse scorgere soltanto pochi dettagli dell'aspetto della donna.
- Quanto mi piacerebbe starle sempre accanto, scordandomi di tutto!
A quel pensiero, la Signora danzante accelerò il passo e la fine della via delle rosse foglie si fece più vicina. A Rosa non importava più di nulla, voleva solo continuare a danzare senza esitazioni né ripensamenti, per l'eternità.
Quando le due ebbero danzato sino alla fine della via, approdarono a un'incantevole radura soffusa di nebbia e imperlata di brina, ove ogni cosa era del colore del sole che declina all'orizzonte.
Il vento cessò, ma non la danza. Le mille foglie dapprima parvero rimanere sospese nell'aria per qualche istante, perfettamente immobili, quasi fossero attaccate a dei rami non visibili all'occhio; poi ripresero a fluttuare gentili, raggiungendo il suolo.
I piedi di rosa si fermarono, eppure in cuor suo la ragazza continuava a danzare, tanta fu la gioia che provò in quei momenti.
Vide la donna, finalmente, e il sole tornò a risplendere nella sua vita, e nella radura, dalla quale Rosa non fece più ritorno."
La sciarpa è impreziosita da una donna danzante "ArJànas" in lana tessuta a mano, che rappresenta proprio la signora del bosco che avete conosciuto grazie al racconto.

Sciarpa creata da ArJànas color ruggine fatta a mano

Arriverà a casa tua insieme alla sua storia, scritta a mano su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile).
 Potete trovare la sciarpa nel mio negozio Etsy, cliccando sul link sottostante:


A presto!

mercoledì 6 novembre 2013

"Altea e l'olivastro" - una collana di fili di luce tra le fronde

"In una bella giornata di sole, ancor più splendente, dopo la pioggia durata diversi giorni, la maestra della classe 5A decise di organizzare una gita improvvisata all'aria aperta.
- Sarebbe davvero un peccato rimanere chiusi in classe, quando un sole così bello galleggia nel cielo! - disse radunando uno per uno i suoi alunni - andremo a visitare un posto speciale non lontano da qui. Avete mai sentito parlare delle Domus de Janas, le case delle fate? Quando arriveremo vi racconterò la loro storia!
L'allegra scolaresca si diresse verso le colline che distavano diverse centinaia di metri dalla scuola elementare. In breve tempo i bambini si ritrovarono immersi nella natura senza che nemmeno se ne accorgessero, tanto graduale fu il passaggio. Dopo aver lasciato l'edificio imboccarono una strada che scivolava verso il basso poi, sulla sinistra, svoltarono in un viottolo che si interrompeva dopo qualche metro e proseguiva con un ponte, posto all' attraversamento di un piccolo fiume.
Ogni rumore della cittadina, seppur non eccessivo, nell'attraversare il ponte si diradò ulteriormente per dar spazio a quei suoni che solitamente facevano da sottofondo ai clacson, al rombo dei motori delle automobili e al vociare prodotto dalle troppe televisioni accese. Lì, sul ponte, tutto ciò si allontanò: i cardellini dettero il LA, come prima cosa; poi venne il turno delle api, dei bombi e dei calabroni, che con il loro ronzio colorirono i virtuosismi canori dei variopinti amici pennuti; al coro si unirono ben presto i passerotti che, dopo una certa titubanza, presero a cinguettare mentre facevano dei bei bagni nelle pozze d'acqua in riva al fiume. Le farfalle, pur non dandosi vanto di poter sfoggiare chissà quale voce, una giravolta dopo l'altra allietarono gli occhi grazie alle loro impeccabili coreografie.
Tra i bambini, tutti allegri e giocosi, solo una si accorse in tempo reale del cambiamento che stava avvenendo. Altea - questo era il nome della graziosa e attenta bambina - prestò attenzione a ogni dettaglio che le si presentava agli occhi e alle orecchie.
- Che bello! - pensò - staremo forse andando a scoprire un nuovo mondo?
Non le era mai capitato prima di attraversare quel piccolo ponte, non ne conosceva nemmeno l'esistenza, tanto meno sapeva cosa vi fosse oltre. Per questo si soffermava a lungo su ciò che vedeva e sentiva, interrompendo spesso la marcia e rimanendo distaccata dal gruppo.
- Altea! - la richiamò svariate volte la maestra - sta' attenta a non rimanere indietro, non devi perderti!
La bimba, udendo la voce familiare, subito si destava, trotterellando dietro i suoi compagni di classe.
- Quanto verde! - Pensò, mentre per ultima si infilava in una strada stretta stretta, che costeggiava alcune case costruite chissà quanto tempo prima.
A dividere due tra le antiche dimore vi era un orticello ben curato, che pareva esser stato studiato appositamente per incantare gli occhi. Le file di ortaggi si alternavano con regolarità, colore dopo colore. Altea li contò: erano quindici in totale, ma non avrebbe saputo dire di quali ortaggi si trattasse, dato che nessun adulto si era mai preso la briga di illustrarle le varietà orticole.
Cammina cammina, il gruppetto si inerpicò su una ripida stradina e quando tutti giunsero alla sua sommità si accorsero di trovarsi ai piedi del monte cui erano diretti. Lì, scoprirono di dover camminare ancora un poco, dato che il luogo speciale si trovava proprio sul monte. Ogni bambino sbuffò, giacché non aveva intenzione di faticare ancora. Tutti meno una: Altea. La bimba si era attardata ad abbracciare un agnellino che, vedendola, si era allontanato dalla sua mamma e le era corso incontro. Era talmente felice da dimenticare perfino di far parte di una scolaresca, perciò inizialmente non si preoccupò di seguire gli altri, ma quando si rese conto di essere sola si agitò un poco, affrettandosi a raggiungere i compagni.
Dopo aver camminato per qualche minuto si accorse di non riuscire a scorgere più nessuno, né riuscì a udire voci che le risultassero familiari. Era sola, in compagnia di un angolo di natura a lei sconosciuto. A questo pensiero le venne una bella paura, eppure in cuor suo qualcosa le diceva di stare tranquilla, perché non sarebbe accaduto niente di brutto. Altea ascoltò quella voce gentile e si rasserenò.
- Dato che son qui da sola, tanto vale che mi dia da fare per scoprire qualcosa di interessante! - disse tra sé. E così fu.
Prese a gironzolare nei dintorni tenendo sempre a mente di non smarrire la strada, fino a trovarsi di fronte ad un albero davvero maestoso. Era grande come una casa, forse ancor di più, con le folte fronde che si allungavano in tutte le direzioni: a sinistra, a destra, poi in alto, verso il cielo, e ancora giù, fino alla terra.
La piccola Altea lo ammirò per bene e corse ad infilarsi tra le sue fronde. Era proprio una casa! Tra gli alti rami gli uccellini avevano costruito sapientemente il loro nido, sulla corteccia rugosa le formiche procedevano in file, tutte prese da inderogabili mansioni. Brillanti ragnatele erano stese al sole, e intanto i ragni parlottavano del pranzo così difficile da catturare.
Era un mondo ancora diverso da quello del ponte, Altea lo capì chiaramente.
- Chissà se anche i miei compagni si saranno fermati qui sotto, - pensò - oppure saranno andati dritti verso la cima?
A quel pensiero, un altro le attraversò la mente in modo del tutto naturale, come se, entrando dentro la sua mente, il primo avesse tenuto la porta aperta per il secondo.
- Quante persone avranno riposato all'ombra di questi rami? - pensò, e istintivamente posò la manina sul tronco, saggiandone la superficie. Emanava calore, sembrava volerla chiamare a sé per un abbraccio.
- Le mie braccia sono troppo corte, non riescono a chiudersi intorno a te. Se così non fosse, ti abbraccerei più che volentieri! - esclamò con un tono sinceramente dispiaciuto. Poi, dopo aver riflettuto sul problema, aggiunse:
- ecco, così potrò abbracciarti!
Prese a girare attorno all'anziana pianta, sfiorandole il tronco con la manina, senza staccarla mai.
Dopo aver girato e girato a lungo, poiché le sembrò che la pianta non fosse mai sazia dei suoi abbracci, le venne un gran sonno.
- Aspetterò il ritorno della maestra e dei miei compagni all'ombra dei tuoi rami, - disse alla pianta che, mossa dal vento, curvò impercettibilmente la chioma. Per Altea quello fu un chiaro segno di assenso, quindi, dopo aver scelto tra tutte la nicchia che abbracciava meglio il suo corpicino - posta proprio tra le radici e il tronco - vi si adagiò e cadde subito in un sonno tranquillo.
Una dolce musica prese a suonare: sembrava provenire da un luogo molto lontano e Altea la sentiva avvicinarsi, lentamente. Rimase in ascolto per qualche istante, la musica le sembrò ancor più vicina di prima, finché si accorse che proveniva proprio dalla pianta.
C'era una cavità, vicino al terreno, che stranamente la bambina non aveva notato. Eppure era tanto curiosa e attenta, come aveva potuto passare del tutto inosservata?
Si avvicinò alla cavità, che dava l'impressione di essere davvero profonda, tanto era il buio che vi regnava. Altea, dapprima timorosa, prese improvvisamente coraggio grazie alla sua innata curiosità, e vi introdusse la testa.
- È proprio della misura giusta! - pensò, - sembra fatta apposta per me!
Quando fu dentro la cavità buia, la musica si levò cristallina e Altea riuscì a distinguere perfino le parole della canzone, che così faceva:

"Danzano, danzano, danzano le fate
sole nel buio, vi prego, non entrate!
Quando saprete che la porta è quaggiù
andar via non potrete, mai più!"

La bambina non si capacitava di quello che i suoi occhi stavano vedendo. Scorse una figura, immersa nell'oscurità, che si intravedeva appena. Una piccola donna danzava e rideva, come se accanto a lei ci fosse qualcuno, eppure era sola. Altea guardò meglio: la donna stava filando con il suo fuso che, sorretto da un filo tanto sottile da sembrare invisibile, dava l'impressione di danzare nell'aria. La donna lo faceva roteare, poi improvvisamente ne bloccava il moto e dopo un istante il fuso girava ancora mille volte in un sol gesto, mosso dalle sue abili mani.
Parve non curarsi di Altea e al contempo la studiò attentamente, invitandola ad unirsi nella danza, senza proferire verbo. La bambina non si mosse, non respirò nemmeno, ma sapeva che questo non sarebbe bastato a sottrarla dallo sguardo della piccola creatura.
Improvvisamente, la donna danzante si illuminò tutta, mostrando chiaramente i tratti del suo aspetto. Era bella, ma non come potrebbe definirsi tale una persona in carne ed ossa; la sua era una bellezza che faceva anche un po' paura.
- Cosa vai cercando? - Domandò, girandosi di scatto verso la bambina che, sorretta da una gran dose di coraggio raccolta chissà dove, decise di non farsi intimidire.
- Cercavo il luogo da cui nasce la musica.
- E dunque, l'hai trovato?
- Credo di sì.
- Credi?
Prima di rispondere Altea scelse attentamente le parole.
- Io credo, signora, di aver trovato proprio la musica. Siete voi la musica, non è così?
La creatura si accese ancor più di luce.
- Dimmi bambina cara, vorresti star qui con me?
Altea ci pensò su, valutando il significato della canzone che aveva udito poco tempo prima.
- Non devo! - Asserì con sicurezza. in un istante, ancor prima che pronunciasse le parole, venne trasportata lontano dalla musica e dalle danze. Il mondo della veglia la accolse: era tornata indietro, senza sapere come.
- Era solo un sogno! - Disse in tono sconsolato. Le venne una gran voglia di piangere, poiché avrebbe voluto parlare con la minuta signora ancora per un po'. Quante domande curiose le avrebbe posto!
Il sole stava procedendo verso l'orizzonte e le voci dei suoi compagni di classe che tornavano dalla gita si spandevano nell'aria. Altea aveva dormito per ore, eppure le sembrava fossero trascorsi soltanto pochi minuti. Durante la gita nessuno pareva essersi accorto della sua assenza.
La bimba sbirciò di nascosto la marcia dei suoi compagni di classe, grazie al favore delle folte fronde. Non appena avessero superato l'albero, fingendo indifferenza si sarebbe unita al gruppo. Con estremo stupore, vide che una bambina identica a lei già si trovava insieme agli altri, nascondendo l'assenza di Altea durante la gita. Ecco perché nessuno era tornato indietro a cercarla! Mentre provava a capire come avesse potuto verificarsi un fatto simile, decidendo anche cosa fosse conveniente fare, con la coda dell'occhio scorse un bagliore. Si voltò e notò la stessa cavità che aveva visto in sogno.
- Ma come è possibile? - esclamò - sono sicurissima che prima non c'era!
Una minuscola luce danzava nel buio, roteando e saltellando giocosamente. Senza alcuna paura, Altea protese la mano per toccarla e la luce si fermò, posandovisi dolcemente. La bimba si portò la manina davanti al naso e quando la aprì, un dito dopo l'altro, trovò al suo interno un dono della donna danzante. Era una bella collana, alla quale era appeso un ciondolo che somigliava molto alla donnina e il sottile filo di cui era fatta era lo stesso che Altea aveva intravisto durante la danza.
Guardò di nuovo in direzione dei suoi compagni che filavano via e notò l'assenza della bambina che le somigliava: era l'occasione perfetta per tornare al mondo reale.
Gli anni trascorsero e Altea tornò tante volte a far visita all'albero dove viveva la piccola donna, portando sempre al collo il gioiello, ma non accettò mai il suo invito a danzare.
Un giorno, divenuta mamma, volle far conoscere quel luogo speciale anche a sua figlia, e la portò con sé.
- Guarda piccola mia, - disse alla sua adorata bambina - in questo grande albero, che si chiama olivastro, vive una bellissima fata!
- Quale albero? - rispose la figlia - io non vedo niente.
Altea impallidì. In tanti anni non aveva capito che l'albero, in realtà, era lì solo per lei.
Da quel giorno non lo vide mai più."

collane in seta tessute a mano 


Vi è piaciuto questo racconto?
Sapete, l'olivastro secolare che lo ha ispirato esiste realmente. Lo incontrai per la prima volta tanti anni fa, proprio durante una gita scolastica, e lasciai un pezzetto di cuore tra i suoi rami.
Ve lo presento... :)

abbraccio albero

Per fortuna, diversamente da ciò che succede ad Altea, il "mio" albero non è scomparso :)
Tante volte mi sono seduta vicino alle radici di questo essere antico a osservare il mondo che ospita. Non solo con gli occhi, ma con il cuore, respirando al ritmo delle sue fronde agitate dal vento. Ho udito il frusciare delle foglie che mutano in mille colori, a seconda della luce che le illumina, come gioielli preziosi da onorare.

Animata da questi sentimenti ho creato la collana "Altea e l'olivastro".

collane in seta tessute a mano con lavorazione ad uncinetto

È stata realizzata all'uncinetto in seta ahimsa; questa seta è detta anche "seta vegetariana" perché ricavata dai bozzoli dei bachi selvatici, dopo la fuoriuscita della farfalla. La crisalide non viene uccisa per ricavare il filato, come tradizionalmente accade con gli altri tipi di seta. Così si fila che è un piacere, anche per le amiche farfalle.
  
Voglio mostrarvela proprio da vicino, in modo che capiate quanto è delicata la tessitura che decora il pancino della donna danzante ArJànas.

particolare della collana ArJànas in seta filata e tessuta a mano

Pensate: la pietra è lunga 2cm e i fili da me filati e tessuti misurano soltanto 0,25mm in torsione a due capi. Il singolo filo, prima di essere ritorto, era spesso all'incirca come un capello!
Arriverà a casa tua insieme alla sua storia stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Capite perché le creazioni ArJànas sono speciali? 
Troverete la collana "Altea e l'olivastro" nel mio negozio Etsy, cliccando sul link sottostante:


Per questa mia creazione ho utilizzato più immagini e parole perché sono convinta che alcune cose, in particolare, vadano raccontate senza fretta, così da permettere a chi legge o ascolta di scoprire la magia che esse racchiudono...
Al prossimo intreccio! :)

mercoledì 30 ottobre 2013

"Cenere e Vino" - Una sciarpa per raccontare la Vendemmia

"Ogni anno Martina attendeva la vendemmia con entusiasmo fin da quando i primi acini facevano la loro comparsa tra le foglie verdi e grandi della vite. Quando andava alla vigna del nonno insieme alla sua zia più cara, per prima cosa controllava che ogni acino della sua pianta di vite preferita fosse dove l'aveva lasciato la volta precedente. Ne seguiva i cambiamenti e annotava nella sua testolina ogni minima variazione di colore e dimensione. Questo per lei era un bellissimo gioco che inventò dal nulla, per trascorrere più pacificamente i giorni che la separavano dalla grande festa della vendemmia. Neanche il Natale per Martina era bello quanto quella ricorrenza!
Quell'anno, come tutti gli altri anni, arrivò il ventun settembre. Al mattino presto la nebbia accolse tutta la famiglia, aprendosi pian piano, fino a lasciar posto alla vista dei filari colorati e carichi d'uva.
Martina si precipitò dalla sua pianta preferita, quella in fondo a destra, nell'angolo esterno della vigna. Il primo taglio spettava sempre a lei, essendo la più giovane di età. Doveva aprire le danze, quasi che la vendemmia in quel momento si trasformasse in una festa da ballo e lei fosse la principessa che ha l'onore di danzare per prima.
Felicissima, la bambina afferrò il grappolo d'uva matura, ma non ebbe il tempo di tagliarlo poiché avvertì subito un forte dolore alla mano. Una vespa volò via e le lacrime cominciarono a venir giù dagli occhi di Martina senza che lei riuscisse a fermarle, né voleva farlo, tanto era il disappunto per aver visto il momento atteso a lungo rovinato in un solo istante. La mano andava gonfiandosi sempre più e le faceva male. Pianse e pianse: inizialmente tutti si diedero da fare per coccolarla e far sì che non pensasse troppo al dolore, ma Martina non riusciva proprio a smettere di piangere. Dopo qualche tempo trascorso così, il resto della famiglia inevitabilmente cominciò la vendemmia, ma tutto era diverso senza le risate gioiose della bambina. Così trascorsero le ore e Martina sembrò aver rinunciato alla festa.
Nel pomeriggio la zia le si avvicinò sorridendo amabilmente, quasi che volesse contagiare a Martina quel sorriso.
- Dai, vieni ad aiutarmi! Non vorrai mica farti rubare la vendemmia dalle lacrime e dal malumore!
- No, sono triste e non voglio più vendemmiare.
- Certo che lo vuoi, e sai perché? Perché se mi aiuterai io ti regalerò un segreto che non conosce nessun altro al mondo.
Il volto della bambina si illuminò di curiosità.
- Dammi la mano, - disse la zia - se mi aiuterai te lo svelerò, promesso!
Le due si incamminarono mano nella mano e così raggiunsero la pianta preferita di Martina.
Sua zia raccolse il grappolo d'uva che Martina avrebbe voluto tagliare se non fosse stata punta dalla vespa.
- Su, taglialo! - la incoraggiò.
Martina voleva conoscere il segreto di sua zia e così cercò con tutte le sue forze di vincere la paura. Impugnò le forbici e poco dopo il grappolo rimbalzò nella cesta, per poi confondersi con tutti gli altri.
- Brava, - esclamò sua zia - ora taglia tutti i grappoli delle prime cinque piante e poi raggiungimi.
Non disse altro. Girò i tacchi e Martina la vide allontanarsi con passo sicuro in direzione della piccola costruzione che veniva utilizzata come rifugio dalla famiglia, quando si doveva vendemmiare; oppure dal nonno, nelle pause tra un lavoro e l'altro nella vigna.
La bimba raccolse in tutta fretta i grappoli e corse dalla zia. La trovò accucciata vicino al camino, dove ancora ardeva qualche brace del fuoco acceso per cucinare il pranzo.
- Vieni qui, siediti vicino a me.
Martina si avvicinò docilmente e si rannicchiò di fronte alla zia.
- Guarda, - disse la donna, e prese a tracciare delle figure femminili nella cenere con l'aiuto di uno stecco; in totale ne disegnò tre.
La bimba seguiva ogni suo gesto, incantata.
- Vedi come danzano? Se smettessero di farlo sarebbe un bel problema... l'uva non maturerebbe più. E non ci sarebbe più festa, né vino!
- Chi sono? - Domandò Martina.
La zia non rispose, ma disegnò altre due donne, ciascuna ai lati delle prime tre.
- Non lasciare che una piccola puntura ti impedisca di danzare. E anche se fa tanto male devi provare a sorridere ancora, se vuoi che il vino venga buono. Ora andiamo a finire il lavoro che abbiamo lasciato a metà!
Così dicendo si alzò e condusse la nipote alla sua amata vendemmia, facendole il solletico, danzando e cantando."


I filari bagnati dalla luce del tramonto, il profumo sabbioso del terreno vangato di fresco, la nicchia fra i cespugli che si tramuta magicamente in una tana sicura da cui sbirciare il mondo, senza farsi notare troppo. Momenti di magia e di attesa, quasi che, rimanendo ferma tra i verdi rami, il tempo si fermasse e l'infanzia non finisse mai... Questo, e molto altro, potrebbe aver notato e vissuto la piccola Martina recandosi nella vigna del nonno per la prima volta, e anche le volte successive, quasi che tornarci servisse a prolungare la magia di quel primo incontro. C'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualche particolare che forse non è stato osservato abbastanza a lungo, nell'antico regno della vite. Bisogna fargli visita ancora e ancora per verificare che tutto proceda bene, fino alla grande festa della vendemmia.
Dopo aver lavorato tutto il giorno tra canti e risa, ma pur sempre duramente, la fine della giornata esploderà in un tripudio di profumi e colori, mentre dei piccoli piedi di fata prenderanno a saltellare sull'uva matura. Sono i piedini di Martina che guidati dall'amore per la Natura e per la vita si animano in una danza allegra e colorata, per scacciare via il malumore. Eh, sì... la zia aveva proprio ragione!

Immaginando ciò che vi ho narrato ho tessuto la sciarpa "Cenere e Vino", e così la storia di Martina si è intrecciata alla mia e a quella di un'altra donna, risalente all'epoca della sua infanzia. La sua storia non ha avuto un finale tanto lieto e nonostante siano passati gli anni la signora, ormai anziana, continua a raccontarla con un velo di tristezza. Nonostante questo, a è valsa ugualmente la pena di ascoltarla e perché no, tramutare la sua tristezza in qualcosa di più bello e buono.

sciarpe in lana tessute a mano al telaio

Ma torniamo alla sciarpa...
Il suo bordo è decorato da un motivo di pippiolini lavorati all'uncinetto: sono gli acini dell'uva che Martina ha raccolto! Ho ricamato una piccola donna "ArJànas" vicino alle frange, di modo che danzi seguendo i tuoi movimenti... la testa della donna è un luminoso bottone di madreperla, per ricordarti di far brillare il tuo sorriso, anche nel buio :)

sciarpe tessute a mano al telaio nel laboratorio ArJànas

La fascia realizzata all'uncinetto, impreziosita anch'essa da un bottone di madreperla, ti permetterà di indossare la sciarpa in un modo ancor più particolare!
Arriverà a casa tua insieme alla sua storia stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Puoi trovare questa creazione tessuta seguendo il link sottostante:


A presto!