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domenica 30 marzo 2014

Flora - Risveglio di Primavera

Collana Flora tessuta a mano con seta selvatica creazioni ArJànas"Era una notte di Primavera e un fresco venticello spirava tra le vie del paese, portando a spasso un pugno di foglie dimentiche del fatto che l'Autunno fosse trascorso ormai da mesi. Il paese, da secoli disteso ai piedi di un piccolo monte, era un luogo che qualche persona poco accorta potrebbe definire "abbandonato da Dio". Anche lo scorrere tempo, per queste persone, sembrava essersi trasferito altrove. In realtà era un delizioso paese del centro Sardegna: qui le antiche mura di pietra delle case erano intervallate da fonti e ruscelli bordati di muschio ed erbe profumate, e da lisce pietre dove, nei giorni d'estate, ci si poteva crogiolare al sole, con una mano immersa nelle acque che correvano fresche per raggiungere il mare. Il paese, tra gli abitanti succedutisi negli anni, aveva visto nascere e crescere una ragazza ora di sedici anni, di nome Serena. Occorre dire che quella notte il suo nome non la rappresentava minimamente: avrebbe voluto dormire, o almeno così credeva, e serrava gli occhi forzatamente ricercando il sonno che tardava ad arrivare.
La luna, - ah, la luna! - che effetto le faceva! Sembrava sussurrarle che la notte è un universo da scoprire, e quando lei diviene piena e tonda, lucente specchio dell'anima, non la si può sprecare dormendo. Serena era sicura che fosse proprio la luna a stuzzicarla, suggerendole questi pensieri. Il dolce viso immerso nell'oscurità della volta notturna carezzava ogni cosa con la sua luce vellutata e, specialmente nelle notti di primavera, quando la Natura si prepara a cantare la sua antica, perenne canzone, un senso di vitale fermento emana dai suoi raggi per posarsi sulle rare fanciulle adatte a riceverne il tocco. Serena era proprio tra queste.
La voce della luna piena, da qualche anno, riusciva ad avere la meglio sulla sua mente. In quelle particolari notti, dopo essersi rigirata nel letto per un tempo che le pareva interminabile, la ragazza prendeva a camminare su e giù per la stanza come un animale in gabbia, sentendosi pervadere da un'energia cui non riusciva a dare un nome né a descrivere con precisione.
Sapeva solo che in quei momenti avrebbe potuto fare e creare una serie infinita di cose ma, data la sua giovane età, era costretta a rimanere in camera sua, perciò si limitava a immaginare le azioni che avrebbe desiderato compiere. Questo esercizio non le dava affatto sollievo e anzi, spesso generava una sensazione di inadeguatezza e sconforto per la sua condizione. Il mondo che si estendeva al di là di casa sua le sembrava ancor più vasto e meravigliosamente sconosciuto, tutto da esplorare, ma lei non poteva percorrere le sue infinite strade.
Serena trascorreva svariate ore in preda a questa misteriosa irrequietezza finché, esausta, si lasciava andare sul vano della finestra, dischiudendola lievemente insieme alle persiane, invitando così la luna a entrare in camera sua. Compiva ogni gesto con fare furtivo; non voleva che i suoi genitori la sorprendessero ancora sveglia e cominciassero a interrogarla sospettosamente. Lasciare che la luna prendesse posto nel suo cuore era l'unica soluzione possibile, in quei casi. Quindi, dopo aver provato a resisterle per un tempo indefinito, faceva ciò che la sua natura reclamava: si avvolgeva nella spessa coperta di lana e così, cullata dai limpidi raggi lunari, il suo viso un terso riflesso dell'astro d'argento, poco dopo cadeva addormentata.
Anche in quell'occasione lo scenario si presentò pressoché identico; eppure, nel luogo che si trova tra il sonno e la veglia, qualcosa di differente accadde. Il ricordo della sua cara nonna, e della storia da lei narrata infinite volte, sbocciò dolcemente come un tenero e promettente germoglio nella mente di Serena. Il racconto aveva come protagoniste delle fanciulle candide come la luna che in quel momento regnava nel cielo, sovrana indiscussa. Nelle notti di plenilunio le fanciulle danzavano nella radura, leggiadre, strette in cerchio attorno al piccolo lago a loro sacro. La nonna indicava sempre il punto esatto con il suo dito paffuto e rugoso:
- Eccole! Sono proprio là! - diceva alla nipote con voce birichina.
- Ma nonna, io non vedo niente. Sei sicura che lassù ci sia qualcuno?
- Certo che c'è. Le fate stanno danzando, altrimenti non ci sarebbe tanta luce. Se ogni mese guarderai il monte con attenzione, prima o poi le vedrai anche tu. Però bada bene, non dovrai saltarne nemmeno uno! - e lo diceva con un tono così sicuro e serio che Serena non poteva far altro che crederle.
Fin dal terzo compleanno della bimba, mese dopo mese, anno dopo anno, le due si ritrovarono sulla terrazza a scrutare con attenzione il monte che si ergeva davanti casa della nonna. Quest'ultima, dopo aver studiato il panorama, puntualmente prendeva a raccontare alla nipote cosa riusciva a scorgere nel paesaggio rischiarato dai raggi lunari:
- Guarda guarda, oggi le fanciulle sono ancor più belle del solito: indossano delle nuove vesti leggere come l'aria, dello stesso colore del grano maturo ricolmo di vita. Stanotte danzeranno proprio per lui, perché cresca alto e dolce, e per i papaveri che vi spuntano in mezzo. Più saranno rossi meglio sarà per tutti! - annuì, rivolgendo il suo sorriso alla montagna, la mano dell'adorata nipote posata tra le sue. Il canto dei grilli, sottofondo della calda notte estiva, le dava ragione.
Il racconto della nonna seguiva il ciclico evolversi del tempo e delle stagioni, e sebbene qualche volta le storie paressero somigliarsi, c'era sempre una sfumatura speciale che le contraddistingueva dalle altre, un prezioso insegnamento dalla semplicità disarmante. Questo era il dono innato della nonna: rendere unico e magico anche il conosciuto. Poiché sapeva varcare l'immagine fisica delle cose, in sua compagnia la vita non aveva modo di essere banale. Serena le era molto legata e trascorreva molto tempo in sua compagnia, a nutrirsi delle storie che la nonna le raccontava e del suo sapere.
Quando le capitava di sentirsi triste, anche se ciò accadeva di rado, le bastava fare una passeggiata con la nonna per riuscire a esserlo un po' meno. In quelle occasioni la vecchina non le domandava cosa non andasse, o il motivo della sua tristezza. Ella, intuendo la situazione, si dava da fare per mostrare il nuovo nel conosciuto a sua nipote, "perché" diceva, "se ti senti triste non devi indugiare nella tristezza, ma spazzarla via con la felicità. Va bene anche se ne trovi una piccola piccola".
- Vieni con nonna, sa pippia* - esclamò una volta che Serena era giunta da lei in lacrime; allora la bimba aveva da poco compiuto otto anni. Mentre filava seduta sul bordo della fontana, nella piazza del paese, dei ragazzi più grandi presero a farsi beffe di lei chiamandola "Tzia Serena". A quanto pare, secondo loro, stava assumendo le sembianze di una vecchia zia per via dei suoi interessi "antichi" e del troppo tempo trascorso insieme a sua nonna. Le tolsero di mano il fuso con la lana che aveva filato poi, dopo averlo gettato nella fontana, corsero via ridendo e lanciandole addosso dei sassi. Piangere non rientrava nelle abitudini di Serena perciò la nonna, intuendo la gravità dell'accaduto, impugnò con flemma il suo fuso e la conocchia con il lino, condusse la nipote fuori casa, e attraversando un discreto tratto di campagna la guidò su per il bosco. Quando vi giunsero imboccarono un sentiero che non avevano mai percorso insieme, ma che, evidentemente, la nonna conosceva molto bene: si muoveva con agilità tra i cespugli della fitta macchia e pareva sapere con largo anticipo quali rami scostare e dove posare i suoi passi. Alcuni passaggi erano del tutto nascosti alla vista e Serena pensò che sua nonna avesse l'abilità di crearli dal nulla con un tocco o, probabilmente, con la sola forza della volontà.
Camminarono a lungo per vie tortuose, tanto che la bimba ebbe l'impressione di essere stata legata al fuso della nonna, e di girare e girare, sorretta da fili che non potevano essere visti. Si sentiva talmente disorientata da non ricordare più il motivo di quel lungo vagare.
D'un tratto, dopo aver oltrepassato un muro di erica in fiore, uno scenario da levare il respiro si aprì davanti ai loro occhi, e fu il colpo di grazia ai tristi pensieri della bimba. Era una radura perfettamente rotonda, di un verde punteggiato di colori; questi ultimi erano i fiori che, deliziosamente, vi crescevano numerosi. Serena era sicura di non aver mai provato tanta gioia prima di allora: prese a saltellare e a danzare facendo mille piroette, lanciando baci con le mani a ogni fiorellino nato in quel luogo di armonia. Improvvisamente aveva voglia di intonare canzoni che ancora non erano state cantate, di ridere spensierata e avere nel cuore tutta la felicità del mondo. Ricordò il motivo dell'ormai lontana tristezza e rise ancor di più, tanto le sembrava insignificante l'opinione di quelle persone.
La nonnina lentamente si levò le scarpe e, dopo averle sistemate ordinatamente oltre i confini della radura, con uno sguardo suggerì alla nipote di seguirla. Serena, dopo averla imitata e aver a sua volta liberato i piedi dalla stretta delle calzature, non esitò un solo istante. Le due si misero in cammino: procedevano lentamente attraverso un nuovo sentiero, addentrandosi tra le alte querce che cingevano la radura appena lasciata alle loro spalle. D'improvviso l'aria si fece nuovamente silenziosa: soltanto gli uccellini la allietavano con le loro cristalline melodie, e il vento muoveva in una danza le verdi chiome delle querce, accompagnando il loro bel canto.
La gioia spontanea provata poco prima dalla bimba non scomparve, bensì mutò in un sentimento di partecipazione al delicato equilibrio di quel luogo meraviglioso. Di tanto in tanto Serena giungeva le manine sul petto e raccoglieva un po' della Luce silenziosa e traboccante che le illuminava l'animo, spargendola poi come polvere luminosa sul sentiero. Le sembrò che quella stessa scena si ripetesse, immutata, da un tempo che non riusciva a calcolare. C'era stato forse un altro tempo, del quale non conservava memoria, in cui il suo cuore aveva provato la stessa gioia?
Nel frattempo la nonna procedeva dinanzi a lei con passo lento ma sicuro. Non si voltò nemmeno una volta per controllare se la piccola la seguisse, certa che in ogni caso avrebbe trovato il modo di raggiungerla. La lunga gonna ondeggiava ritmicamente scoprendo e poi coprendo i piedi nudi e leggeri.
Serena osservava sua nonna e la vedeva ringiovanire ad ogni nuovo passo. Ora non avrebbe più saputo dire con certezza chi tra le due fosse la più giovane. Nessuno avrebbe potuto farlo. Fu proprio quando questo pensiero si mostrò alla sua coscienza che una musica fresca e vitale nacque oltre le fronde; in principio se ne udiva solo l'eco, che ne conservava immutata l'essenza; poi, a poco a poco, la melodia crebbe d'intensità, avvolgendo ogni cosa. Era la voce dell'acqua che con la sua forza richiamava a sé gli spiriti di quel luogo per offrir loro la sua infinita saggezza.
La nonna, nell'udire il richiamo, sollevò la mano destra che impugnava il fuso e parve raccogliere con un rapido movimento qualcosa che galleggiava nell'aria. Serena, distratta dai furtivi movimenti di una donnola che scompariva tra i cespugli, ebbe modo di intravedere soltanto la scia del gesto impressa nell'aria, quando si era in parte già dissolta, ma ebbe ugualmente un sussulto.
- Cos'è stato? - domandò alla nonna rompendo per la prima volta il silenzio, ma non ricevette alcuna risposta.
La piccola si impose di essere più vigile da quel momento in avanti, ma la scena non si ripeté.
Le due si trovarono ben presto a dover passare accanto ad un alto costone roccioso che si ergeva accanto al bosco. Tra gli alberi e la roccia vi era uno spazio assai limitato per procedere. Le fronde, incontrando la parete, avevano dato vita a un cunicolo dove la luce filtrava a stento. Solo di tanto in tanto una lama sfavillante infliggeva un luminoso colpo all'oscurità, lasciando trasparire la bellezza struggente dell'angolo che liberava dal buio.
- Se al mondo esistono luoghi come questo, mi basterà immaginarli per non essere più triste - pensò Serena, mentre procedeva a testa alta tra il buio e la luce.
Il cunicolo arboreo diede una stretta svolta, dopodiché nonna e nipote ne furono fuori.
A Serena occorsero svariati istanti per far sì che gli occhi si abituassero alla luce, dopo il tempo trascorso nella semioscurità. Quando questo accadde, rimase ancora una volta senza parole per ciò che vide: un fiotto d'acqua sgorgava con forza da un'ampia fenditura della roccia, andando a riversarsi in una polla che emanava caldi vapori. L'acqua limpida e invitante scrosciava tra le candide rocce, che la incastonavano come la preziosa gemma al dito di una dama gentile.
La nonna si voltò verso Serena e le sorrise come mai aveva fatto prima di allora. Serena le restituì il sorriso, lasciandosi cadere sull'erba morbida e rotolandosi come un cucciolo libero e giocoso. Lì distesa aprì le braccia, guardò il cielo, e tutto, tutto le sembrò incredibilmente lontano. Ciò che veramente aveva valore non poteva esserle sottratto; la parte più bella e delicata del suo essere non si poteva colpire con i sassi: solo lei poteva accedervi, e questo la rincuorò, colmandole l'animo di fiducia. Si mise a sedere e istintivamente cercò sua nonna: questa, seduta sulle rocce che racchiudevano la polla, stava filando perfettamente integrata nel paesaggio circostante. Ne faceva parte quanto le api e le farfalle, i fiori dei prati, le querce del bosco e gli animali che lo abitavano. Serena le si avvicinò saltellando e si sedette ai suoi piedi, osservandone attentamente i gesti.
- Tu, bambina mia, non hai ancora capito chi sei né quali armi possiedi, - disse la nonna dopo qualche tempo, continuando a filare. Serena la guardava incuriosita.
- Io non ho armi! - rispose divertita. L'idea di andare in giro armata le sembrava davvero assurda.
- Non tutte le armi servono a fare del male - esclamò la nonna, quasi avesse letto i suoi pensieri.
Serena ci rifletté un po' su.
- E allora, se non servono a fare del male, a che servono? - domandò, incredula, la bimba.
- Ma come, - la incalzò la nonna - le hai usate tante volte e ancora non lo sai? - e rise, riponendo il fuso sulla roccia e sollevandosi in piedi. La bimba provava a seguire il filo di quel discorso, ma più ci provava e più si sentiva confusa. La nonna si mise davanti a lei e, guardandola negli occhi, pose entrambe le mani sulle sue spalle. In quel momento la nonna le sembrò altissima; eppure, in realtà, la donna la superava di poco in altezza.
- Le tue armi sono qui dentro - disse, posando una mano sul petto della piccola - e qui dentro - proseguì, sfiorandole la fronte con un dito. Poi, dopo aver tirato un lungo sospiro, continuò:
- Non sai ancora quali siano né a cosa servano, ma ora che ti ho messo a parte della loro esistenza, piano piano imparerai riconoscerle, quando le userai - diede un pizzicotto sulla guancia della nipote e con una strizzata d'occhio chiuse il discorso.
Serena, sbigottita, avrebbe voluto porre tante domande a sua nonna, ma questa si allontanò velocemente da lei. Dopo aver percorso qualche metro si voltò repentinamente.
- Beh, non vieni? - gridò, sovrastando la voce della cascata. - C'è ancora un'ultima cosa che devi vedere.
Serena la raggiunse e insieme si avviarono oltre una siepe di cisto che distava qualche metro dalla polla. La nonna scostò un ramo scoprendo un passaggio nella roccia e invitò Serena a precederla. Ora si trovavano dietro la cascata, in un luogo che risultava completamente invisibile dall'esterno.
- Vedi, sa pippia? - proseguì, - anche se da fuori non si vede, non si può certo dire che questa bellezza non esista! Anche dentro di te esiste tanta bellezza che non riesci a vedere, perché non hai ancora imparato a riconoscerla: per far questo devi sapere che c'è. Ora, il resto devi farlo tu, vivendola. Vivere la tua bellezza è un'arma che potrà difenderti e permetterti di realizzare grandi cose nella vita.
Serena si sentiva stordita, nessuno le aveva mai detto una cosa simile. Abbracciò sua nonna e calde lacrime di felicità le rigarono il viso. La bambina si sentiva come se dentro di lei fosse stata aperta una fonte prima sconosciuta. Le venne voglia di bagnarsi in quelle segrete acque e di conoscerne tutti i misteri, ma non sapeva da dove cominciare. Si guardava intorno, frastornata.
- Vivi la bellezza che sta fuori e chiedile di mostrarti quella che si nasconde all'interno del tuo cuore. Immergiti in queste acque, ti farà bene e ti aiuterà a capire - così dicendo la nonna sgattaiolò via, lasciando Serena da sola all'interno della piccola cavità rocciosa. Dopo qualche istante trascorso a pensare alle parole della nonna, si tolse tutti i vestiti e cercò di entrare in acqua, facendo attenzione a dove posava i piedi. Una mossa maldestra la fece scivolare con un bel tonfo. Quando riemerse dall'acqua, Serena scoppiò a ridere della sua goffaggine.
- Altro che bellezza, non ne combino mai una giusta. Sono una frana!- poi, riflettendo sulle parole pronunciate poco prima da sua nonna, si rese conto che questo non era ciò che pensava realmente, e si meravigliò subito di averlo capito.
Immersa nelle calde acque della polla, accompagnata dallo scrosciare della cascata, la bimba sentiva che anche la nuova fonte che aveva percepito poco prima stava cantando una canzone. Cercò di seguire quel ritmo con la voce, e di tanto in tanto, mentre cantava, avvertiva dei brividi di emozione.
- Sarà questa la bellezza di cui parla la nonna? - pensò.
Un dolce languore la avvolse guidandola in una profonda quiete.
Quando si ridestò cominciò a sentirsi affamata, e capì che era arrivato il momento di uscire dall'acqua. Provò e riprovò ad arrampicarsi, ma le rocce scivolose non le permisero di far presa e risalire per recuperare gli indumenti. Con uno slancio attraversò il forte getto dell'acqua calda e improvvisamente si ritrovò all'aria aperta, dall'altra parte della polla. Sua nonna aveva un'espressione divertita mentre la osservava.
- Beh, cosa c'è sa pippia?
- Ho lasciato i vestiti là dentro e non so come tornare indietro.
- E che problema c'è? Esci dall'acqua e vai a prenderli.
- Ma mi vergogno di farmi vedere così! - rispose la bambina, pensosa.
La nonna rise di gusto e, andando a recuperare i vestiti della nipote, le diede ancora da pensare.
- Le vedi queste mani? - disse, sollevandole entrambe, - ti hanno aiutata a nascere. Quando sei venuta al mondo non avevi i vestiti addosso, eppure non ti sei vergognata neanche per un momento - e così dicendo posò il suo scialle sul bordo della polla, per permettere alla nipote di coprirsi. Questa lo afferrò e se lo legò intorno al petto, lasciandolo ricadere come un pareo.
- Forse un giorno capirai cos'è veramente il sentimento della vergogna, - proseguì seria la donna, - e anche quando si dovrebbe provare.
Dopo essersi assicurata che la nonna non la stesse guardando, Serena si asciugò frettolosamente il corpo con lo scialle e indossò la sua camiciola di lino; era l'abito preferiva, per via della sua leggerezza. La camiciola era sottile, e quando Serena si muoveva questa svolazzava ovunque, facendola sentire eterea come una delle fanciulle fatate che popolavano le storie narrate dalla nonna; ma ora, mentre la indossava, la sentiva stranamente pesante. Le parole udite poco prima, sottilmente ricamate dalla nonna nell'animo della bimba, si erano insinuate anche nelle fibre di lino? Di sicuro qualcosa era profondamente mutato. Le sembrò che se non avesse avuto quell'abito, un tempo quasi impalpabile, avrebbe potuto librarsi nell'aria. Rimase a lungo immobile, lo sguardo affidato al fluire delle acque della cascata.
Quando fu tempo di andare la nonna si avvicinò a lei, le porse la mano chiusa e, dopo aver preso dolcemente la sua, vi lasciò scivolare il contenuto: era una collana che lei stessa aveva tessuto per la nipote, dalle sembianze di una piccola donna.
- Questa è tua, sa pippia. Si chiama Flora, perché è nata in Primavera. Prenditi cura di lei come di te stessa - disse, scandendo ogni parola. Legò il gioiello al collo della bimba che, estasiata, ammirava la donnina rigirandola tra le dita.
- Com'è bella! È talmente piccola! - esclamò.
- Vorrà dire che crescerete insieme.
Serena era davvero felice del regalo di sua nonna, quella giornata era stata un crescendo di emozioni. Non aveva ben compreso alcune delle cose avvenute, ma non se ne preoccupò perché pensò che probabilmente le avrebbe fatte sue in un altro momento; in realtà già le appartenevano, ma questo fu proprio il tempo a rivelarglielo.
Nel frattempo la nonna, china su una roccia, stava ripiegando con cura lo scialle che poco prima aveva offerto alla nipote per coprirsi. Era ancora umido e conservava in sé tracce del sentimendo di vergogna lavato via dal corpo della bimba, insieme ad altri pesi che gravavano sul suo animo. L'anziana donna lo richiuse stretto in un involto, quasi volesse evitare che qualcosa potesse liberarsi dalla sua presa. Immerse ripetutamente lo scialle nell'acqua, lo batté e lo strizzò con forza pronunciando delle parole a bassa voce.
Serena, rapita dalla bellezza del dono appena ricevuto, non si accorse di ciò che stava accadendo alle sue spalle.
- Grazie nonnina! - trillò - Non so come farei senza di te - e corse ad abbracciarla ancora e ancora, come se improvvisamente si fosse ridestata da un incantesimo.
- In qualche modo ce la farai. Se continuerai a cantare, a cercare le piccole felicità e a guardare la luna, tutto diverrà semplice.
E così, strette strette, le due ripercorsero la strada che le aveva condotte fino a quel luogo incantato.
Nella vita ogni cosa, bella o brutta che sia, ha una fine reale o apparente. Qualche tempo dopo, infatti, la cara nonnina venne a mancare e Serena ne fu distrutta.
Nonostante le raccomandazioni della nonna, la bimba non voleva più saperne di guardare la luna o di cantare: figuriamoci, poi, se le andava di cercare le felicità. Cancellò tutti i ricordi legati a sua nonna: uno dopo l'altro li rinchiuse in un angolo del cuore per non soffrire più per la sua mancanza. La collana fu riposta lontano dalla vista e dimenticata in breve tempo.
Ma la luna non si lasciò dimenticare: continuò a picchiettare sulle sue palpebre chiuse, spronandola a farsi guardare. Proprio in quella notte di Primavera compì la sua magia, e Serena ricordò ogni cosa: tutto ciò che aveva accuratamente dimenticato la travolse come l'acqua della cascata.
La ragazza aprì l'armadio e scoperchiò la scatolina in cui, negli anni, aveva riposto i suoi pochi beni preziosi: qui trovò la collana. Dopo averla baciata, se la mise al collo, poi si guardò intorno e ascoltò attentamente. Il silenzio della notte le rivelò che i suoi genitori dormivano profondamente.
Afferrò la coperta di lana, si calò dalla finestra e si infagottò per bene.
A passo sicuro e svelto si diresse verso la montagna. Ora ricordava che, da qualche parte, le fate stavano danzando per far rinascere la Primavera, e lei non voleva più stare solo a guardare."

*Sa pippia: bimba.

La storia che avete appena letto è dedicata a "Flora", una collana ispirata alla Primavera e alla sua dolce poesia...
La minuta tessitura in seta ahimsa filata a mano e il cristallo naturale danno forma al corpo della piccola donna fatata.
Verrà impreziosita da una pietra dura a vostra scelta tra:
Chrysotine;
Avventurina;
Malachite;
Granato;
Diaspro Picasso.


Potete trovare "Flora" nel mio negozio Etsy... cliccando qui


collane ArJànas FloraParticolare della collana Flora   scegli la tua pietra per la collana Flora



Al prossimo intreccio! :)

lunedì 10 marzo 2014

I fiori del mare

Il racconto che leggerete tra poco accompagna il premio che ho uncinettato in occasione del concorso creativo "I fiori del mare e la magia dell'acqua: fai scorrere la tua creatività!", che si è svolto a dicembre sulla pagina Facebook ArJànas.
Il nome che ho scelto per la sciarpa è "I fiori del mare" proprio perché per crearla mi sono ispirata al mare della Sardegna e alle acque della mia meravigliosa terra. È stata realizzata a mano all'uncinetto in morbida lana merino 100%, impreziosita da una piccola donna danzante "ArJànas" e da una campanella dorata.
Giveaway della sciarpa "I Fiori del mare" Laboratorio ArJànas

Ora vi lascio al racconto, spero possa emozionarvi!

"In una strana serata di fine autunno, il blu del cielo che si lasciava intravedere appena tra i lembi dischiusi di una lacera coltre di nubi, il vento incessante che sospingeva ogni cosa in direzione del suo destino, una ragazza vagava in lungo e in largo per la spiaggia deserta. Pareva cercare qualcosa tra la sabbia e le onde spumose; lo sguardo cristallino vagava senza posa, tanta era la meraviglia che provava ogni volta che si trovava dinanzi al mare.
Quel giorno la sabbia era particolarmente umida e fredda, anche nei punti della spiaggia più lontani dall'acqua; la ragazza la percepiva insinuarsi tra le dita dei piedi che attentamente carpivano i segreti racchiusi all'interno di ogni suo granello.
Brigida voleva sentirla, la sabbia, anche se al momento di indossare di nuovo le scarpe, di ritorno a casa, probabilmente non sarebbe riuscita a scacciarla dai piedi. Soprattutto per quest'ultimo motivo amava camminare scalza anche in inverno, perché – pensava – così facendo avrebbe conservato un po' di mare dentro le scarpe e gli avrebbe dato modo di guidare i suoi passi. Sentire la sabbia le permetteva di non andare troppo lontano senza pensare ai bellissimi momenti vissuti insieme; grattando contro le piante dei suoi piedi l'essenza dell'acqua reclamava tutte quelle attenzioni che le spettavano di diritto.
– Preferisco avere la sabbia dentro le scarpe, invece che futili pensieri per la testa, – sostenne con aria solenne una volta, quando la proprietaria della bottega presso cui era solita servirsi sua madre le fece notare che ne stava spargendo una gran quantità sui pavimenti altrui. La donna rimase sbigottita: non immaginava che una risposta tanto pungente potesse arrivare dalla bocca di una ragazza a malapena dodicenne.
Gli anni trascorsero e il suo temperamento non mutò eccessivamente; solo di tanto in tanto, quando le capitava di sentirsi malinconica, triste o arrabbiata, invece di scagliare le sue emozioni come un'onda addosso a chi la provocava, Brigida si avvolgeva in un velo che la proteggeva, permettendo al suo mondo interiore di sanare le ferite inflitte da persone e fatti che appartenevano all'altro mondo, quello che si estendeva intorno a lei. Allora arrivava al mare, aspirava profondamente il respiro delle onde e ne ascoltava la voce, e in questi pochi preziosi gesti trovava tutto il conforto di cui aveva bisogno.
Brigida, intanto, aveva trovato ciò che cercava: un cantuccio che poteva offrirle riparo dal vento di maestrale, scavato negli alti banchi di posidonia che la forza delle maree aveva condotto a riva. Euforica, si arrampicò sulla parete in cui si trovava questo nido speciale, e vi si rintanò alla svelta, traendo a sé le ginocchia in un gridolino di piacere per la sensazione di calore offerta da quel rifugio improvvisato. Sembrava fatto apposta per ospitarla: era come se qualcuno, senza farsi accorgere, avesse misurato il suo corpo per offrirle con cura questo dono inaspettato.
Un forte odore salmastro emanava dagli strati di foglie che la circondavano; eppure, a differenza di tante persone che disprezzavano tale pianta marina, come se la sua presenza sulla spiaggia denotasse sporcizia, Brigida sapeva bene che in realtà tra le sue foglie veniva custodita la vita. Quando qualcuno dimostrava avversione nei confronti della posidonia adagiata sulla battigia sentiva montare la rabbia dentro di sé. Certe volte le sembrava di avere qualcosa che non andasse, come se i sensi le giocassero degli scherzi.
– Com'è possibile che ciò che per alcuni puzza, per me abbia un odore tanto caro e familiare? – si poneva spesso domande simili, ma non riusciva proprio a trovare una risposta, tanto le sembravano assurde certe questioni.
Mentre rifletteva sul quesito con un'espressione grave dipinta sul volto, uno spruzzo d'acqua salata arrivò a distoglierla dai suoi pensieri, come una risposta saggia e schietta. La ragazza sorrise, godendosi quella sensazione di inattesa freschezza, di leggerezza.
Sentì, in lontananza, uno scampanellio. Lieve ma deciso, pareva venire nella sua direzione.
– Cosa sarà questo suono? – domandò in un sussurro, la curiosità che le accendeva gli occhi grandi e limpidi, e le guance. Abbassò dolcemente le palpebre, provando a immaginare cosa potesse essere quel suono misterioso; la sua fantasia si librò alta nel cielo screziato di ricordi e di vita.
Chiuse gli occhi per assaporare più a fondo quel momento e in un attimo si sentì trasportare altrove, lontano, lontano; al contempo, inspiegabilmente, il suono del campanello si fece sempre più vicino. Mentre Brigida si allontanava, vagando in una dimensione simile al sogno, ma ben più dolce e definita, provava la sensazione sempre più netta di avvicinarsi a una realtà differente, eppure non per questo meno reale di quella in cui aveva vissuto fino ad allora.
Senza che il suo corpo ne avesse il vago sentore, la posidonia sulla quale era posato delicatamente si schiuse per permettergli di passare. La discesa avvenne a un ritmo lento e impercettibile; ogni volta che il campanello suonava, le foglie parevano rispondergli scostandosi una dopo l'altra, dando vita a un'armoniosa danza di discesa.
Anche se in quel momento la ragazza non era cosciente di tutto ciò, nella sua mente e nel cuore vivevano ancora i pensieri luminosi che ella aveva sempre rivolto al mare e ai suoi abitanti; ora questi si muovevano verso l'esterno raggiungendo la pelle sfiorata dalle gentili foglioline, esortandole ad aver cura di lei.
Brigida si risvegliò senza un sussulto e, ancor prima di aprire gli occhi, istintivamente sorrise, quasi intuisse la meraviglia cui sarebbe stata testimone di lì a poco. E fu davvero immenso lo stupore quando, dopo il primo sguardo dato al luogo in cui si trovava, fu certa di non stare sognando: tutt'intorno a lei era un danzare di luce che ovunque si infrangeva e rimandava bagliori di mille vividi colori. Ai suoi piedi, posati sulla sabbia bianchissima, si estendeva uno specchio d'acqua che pareva risplendere di per se stesso, tanto che Brigida si voltò in tutte le direzioni per capire se, in qualche luogo, si trovasse un passaggio che permettesse alla luce di raggiungere quell'angolo d'incanto.
Non trovò alcuna fessura nelle lisce pareti di candida roccia ma, sollevando lo sguardo, le fu chiaro il modo in cui era arrivata nella grotta: in cima alla volta si trovava un'apertura che di tanto in tanto si lasciava sfuggire qualcosa che a Brigida risultava molto familiare: qualche foglia di posidonia calava dall'alto volteggiando come una bruna piuma d'uccello. La ragazza si rese ben presto conto di esserne ricoperta, e capì di essere giunta nella grotta attraverso quello scuro passaggio dopo aver chiuso gli occhi, al suono del campanello.
– Il campanello! – esclamò – Il suo tintinnio sembra essersi dissolto nel nulla. Sarà stato forse lui a condurmi qui? – Le sue parole non ebbero quasi il tempo di prendere forma nell'aria circostante, che già la ragazza sorrideva di se stessa per essersi posta quell'interrogativo del tutto superfluo. Per lei, in quel momento, la cosa importante era trovarsi là dentro; al come vi fosse approdata avrebbe pensato successivamente.
Non mi interessa sapere come sono giunta fin qui, – pensò – e sorridendo si sollevò sulle gambe, dirigendosi verso lo specchio d'acqua. Quando fu abbastanza vicina posò la punta del piede sulla superficie cristallina, quasi volesse saggiarne la consistenza, tanto pareva ferma e compatta allo sguardo. Quando il piede andò a fondo sentì la gioia crescerle dentro il petto, tanto era bella e semplice la sensazione che stava provando: nonostante l'acqua fosse limpida e talmente immobile da sembrare cristallo, era piacevolmente calda al tocco.
Brigida si liberò frettolosamente dei pesanti abiti invernali per concedersi un bagno in quelle acque misteriose. Quando vi si immerse ogni quesito residuo abbandonò la sua mente.
Stette immobile per un tempo indefinito, le palpebre socchiuse e le braccia aperte, ad accogliere quella realtà che l'aveva accolta senza porle alcuna domanda. Quando li riaprì la sua attenzione venne catturata dai piccoli segni incisi sulle pareti della grotta, perfino sul soffitto. Nuotò lentamente fino a raggiungere una delle pareti in parte sommerse, e la sfiorò con la mano: era calda e morbida, somigliava a un ventre materno. Le incisioni raffiguravano minuscoli fiori, tanto vicini tra loro da sovrapporsi, in certi punti; non vi era un solo angolo della grotta che non ne fosse ricoperto, ed erano tutti differenti. Brigida li percorreva con la punta delle dita, a ritroso, dall'esterno della corolla fino al loro centro, come se si trattasse di piccole spirali. Pensò che la mano che li aveva incisi dovesse essere mossa da una meravigliosa e fervida fantasia, tanto erano belli.
– I fiori del mare! – sussurrò, – Siete proprio voi!
Allora uno scenario meraviglioso si aprì davanti ai suoi occhi: uno dei fiori incisi si staccò dalla parete e scivolò sotto la superficie dell'acqua per poi tornare a galla con le sembianze di un'oliva. Brigida lo riconobbe subito ed ebbe un sussulto: era un seme di posidonia.
Le mani della ragazza, come una coppa, circondarono il seme per sorreggerlo; osservandolo da vicino Brigida notò una piccola crepa che ne percorreva la superficie mostrando timidamente l'interno. Il seme germogliò e crebbe tra le mani della ragazza a una velocità sorprendente, divenendo una piantina verde e rigogliosa che si allungava sempre più; quando fu abbastanza grande un piccolo fiore si schiuse tra le sue foglie. Le mani si aprirono lasciando andare la pianticella, che si posò sul fondo dove prosperò felice e serena.
Brigida, commossa, non capiva cosa avesse fatto per meritare un simile dono. Si tuffò, e in un istante capì di essere parte del dono stesso, perché da sempre ne aveva percepito l'importanza. Nuotò nelle calde acque della grotta incantata per chissà quanto tempo, giacché non si preoccupò di calcolarlo, ma solo di godere appieno di quel dono finché fosse durato.
Aprì gli occhi. Il vento di maestrale sfiorandole incessantemente il viso le diede il benvenuto in una nuova realtà. La sua mente le suggerì che tutto ciò che aveva vissuto era stato solo un sogno, ma il suo cuore rispose che, in fondo, questo particolare era privo di importanza.
Brigida rivolse un saluto silenzioso al mare e si allontanò per far ritorno a casa; nonostante ciò, dal giorno in cui entrò nella grotta in molti sostennero di non averla incontrata mai più."

sabato 9 novembre 2013

"La via delle rosse foglie" - una sciarpa per danzare

Creare questa calda sciarpa lavorata ai ferri e all'uncinetto è stata un'esperienza magica. L'ho realizzata in un filato color ruggine con degli spruzzi d'oro, proprio perché, indossandola, desse l'idea di una romantica via autunnale ricoperta dalle foglie di quei colori.
Un punto tira l'altro, nel vedere le foglie formarsi la mia fantasia ha danzato dando vita alla storia de "La via delle rosse foglie", spero vi faccia sognare come ha fatto con me!

"Nel pomeriggio del 4 novembre 1963 le lacrime bagnarono a lungo il viso di Rosa. Il cielo, notando quella strana ragazza che singhiozzava davanti alla finestra, si rattristò e pianse con lei; non sapeva perché stesse piangendo, eppure assistendo al suo struggimento fece precipitare sulla terra tutte le emozioni represse. Nei mesi precedenti, infatti, non poté azzardare la minima ipotesi di temporale, dato che il sole aveva imperato a lungo sul mondo.
Pochi minuti prima che la pioggia cominciasse a cadere, Rosa si avvicinò piano alla finestra. I piedi, coperti solo dalle calze leggere, avvertirono il pavimento in tutta la sua freddezza, e le lacrime, cadendo, disegnarono aloni misteriosi sulla superficie rossastra e porosa delle piastrelle. Là, proprio vicino al letto, ve ne era una particolare: questa presentava un'impercettibile incrinatura che, di volta in volta, assumeva connotati assai mutevoli. In base alla prima immagine che sarebbe apparsa sulla piastrella non appena apriva gli occhi al mattino, Rosa decideva quale impronta dare alla sua giornata, poiché la piastrella le mostrava ciò di cui aveva più bisogno. Quel giorno però vide un simbolo che non riuscì proprio a decifrare. Lo guardò a lungo, ma non seppe dargli una forma concreta. Improvvisamente e senza alcun perché, scoppiò in un pianto irrefrenabile. Pianse e pianse, trovandosi presto ad annegare in una terribile malinconia. Nelle lacrime avvertì assenza e abbandono, sconforto e lontananza.
- Cosa mi manca? - domandò a se stessa, ma non seppe rispondere, poiché apparentemente possedeva tutto. Pianse ancora.
Il cielo, vedendola , mandò giù tutta l'acqua in suo possesso, e ne aveva proprio tanta, dato che l'aveva conservata per mesi, seppur forzatamente. Mentre le gocce si scagliavano sulla terra, un tuono potentissimo fece traballare il vetro della finestra; ne arrivarono due, poi tre, e la ragazza si allontanò intimorita andandosi a sedere nuovamente sul letto. Le coperte conservavano ancora il calore del suo corpo, tanto a lungo aveva indugiato in quella postazione.
Osservò ancora la piastrella con un vago sentore di amarezza nella gola. Pensandoci bene, il disegno le sembrava proprio una lacrima: in tal caso piangere avrebbe avuto un significato diverso. Eppure no, decisamente, non era una lacrima. Per lo meno questa effimera certezza bastò a interrompere il pianto di Rosa, tanto più che non aveva voglia di continuare oltre. Si guardò intorno, spaesata e straniera nella sua stessa casa.
Il cielo, non riuscendo più a scorgerla dalla finestra, si allarmò; pose fine alle lacrime e decise di intervenire nel suo solito modo un po' precipitoso, temendo che la ragazza, presa dalla disperazione, fosse intenzionata a compiere un gesto irreparabile. In un soffio, un vortice di foglie prese a vorticare davanti alla finestra della camera; non erano tantissime, eppure diedero vita a uno spettacolo atto a catturare l'attenzione di Rosa che, sollevando gli occhi dalla piastrella, si illuminò in un'intuizione fulminea.
- Ma certo! Come ho fatto a non pensarci? - trillò, cercando di infilarsi maldestramente le scarpe per correre fuori casa e compiere ciò che andava fatto.
Le foglie, roteando, davano vita a bellissime forme che si muovevano elegantemente nell'aria, in un tripudio di simboli da leggere e interpretare. Osservandone la danza, Rosa dimenticò tutte le sue lacrime piante senza un perché, e capì che doveva assolutamente unirsi a loro.
- Non era una lacrima, ma una foglia! - esclamò decisa, piroettando verso la danza delle foglie che ad ogni suo passo si scostava, allontanandosi, quasi volesse attirare la ragazza in un luogo ben preciso. Oltrepassati i confini del cortile, superata la lunga strada che conduceva fuori città, Rosa giunse danzando insieme alle foglie in un bellissimo bosco.
Laggiù, alberi altissimi coloravano gli occhi e il cuore senza dar modo alla volubilità umana di prendere il sopravvento. Immersa tra le foglie arrugginite e nel fruscio musicale prodotto dai rami che agitati dal vento si accarezzavano, incitandolo a soffiare, Rosa poteva solo danzare. Le foglie vorticanti del suo giardino invitarono le sorelle del bosco a unirsi a loro, così la danza cambiò ritmo e divenne sempre più concitata. Il fiato della ragazza si spezzò più volte, ancora e ancora; tuttavia non volle fermarsi, trovandosi coinvolta inaspettatamente in quella festa di elementi naturali.
- Vorrei continuare a danzare per l'eternità, se solo potessi! - Rosa urlò con tutto il fiato rimastole in petto e le parole, sospinte dal vento, si librarono alte nell'aria; giunte che furono oltre le chiome degli alberi, si spansero ovunque, fino al limitare del bosco. La ragazza, persa nell'estasi della danza, d'un tratto vide una figura femminile che avanzava imperturbabile nel vorticare delle foglie. Quando le fu vicino, protese la mano e afferrò saldamente quella di Rosa, traendola a sé.
- Lei chi è? Dove vuol portarmi? - domandò Rosa con un filo di voce. Non vi fu risposta, ma la presa della mano della donna si fece ancora più salda. In quella presa, la misteriosa donna condusse la giovane in un punto del bosco ove si trovava una via di alte betulle dalle rosse foglie; le piante, allineate, parevano vegliare sulla via, di modo che solo chi ne avesse il diritto potesse giungere al termine della stessa.
Con un gesto della mano la donna danzante mostrò a Rosa la via: "ecco," sembrò voler dire il gesto, "questa strada ti porterà nel luogo in cui la danza non ha fine."
Rosa cercò di scrutare tra le foglie, oltre il vortice, per scoprire il reale volto della donna, ma non vi riuscì. Guardò davanti a sé, indecisa sui passi da intraprendere. Accompagnandola con fare gentile, la donna si mosse per prima. Danzò tra le foglie e gioiosamente giocò insieme a loro, divenendo parte di esse, del bosco stesso.
- Com'è bella! - pensò Rosa, nonostante potesse scorgere soltanto pochi dettagli dell'aspetto della donna.
- Quanto mi piacerebbe starle sempre accanto, scordandomi di tutto!
A quel pensiero, la Signora danzante accelerò il passo e la fine della via delle rosse foglie si fece più vicina. A Rosa non importava più di nulla, voleva solo continuare a danzare senza esitazioni né ripensamenti, per l'eternità.
Quando le due ebbero danzato sino alla fine della via, approdarono a un'incantevole radura soffusa di nebbia e imperlata di brina, ove ogni cosa era del colore del sole che declina all'orizzonte.
Il vento cessò, ma non la danza. Le mille foglie dapprima parvero rimanere sospese nell'aria per qualche istante, perfettamente immobili, quasi fossero attaccate a dei rami non visibili all'occhio; poi ripresero a fluttuare gentili, raggiungendo il suolo.
I piedi di rosa si fermarono, eppure in cuor suo la ragazza continuava a danzare, tanta fu la gioia che provò in quei momenti.
Vide la donna, finalmente, e il sole tornò a risplendere nella sua vita, e nella radura, dalla quale Rosa non fece più ritorno."
La sciarpa è impreziosita da una donna danzante "ArJànas" in lana tessuta a mano, che rappresenta proprio la signora del bosco che avete conosciuto grazie al racconto.

Sciarpa creata da ArJànas color ruggine fatta a mano

Arriverà a casa tua insieme alla sua storia, scritta a mano su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile).
 Potete trovare la sciarpa nel mio negozio Etsy, cliccando sul link sottostante:


A presto!

mercoledì 6 novembre 2013

"Altea e l'olivastro" - una collana di fili di luce tra le fronde

"In una bella giornata di sole, ancor più splendente, dopo la pioggia durata diversi giorni, la maestra della classe 5A decise di organizzare una gita improvvisata all'aria aperta.
- Sarebbe davvero un peccato rimanere chiusi in classe, quando un sole così bello galleggia nel cielo! - disse radunando uno per uno i suoi alunni - andremo a visitare un posto speciale non lontano da qui. Avete mai sentito parlare delle Domus de Janas, le case delle fate? Quando arriveremo vi racconterò la loro storia!
L'allegra scolaresca si diresse verso le colline che distavano diverse centinaia di metri dalla scuola elementare. In breve tempo i bambini si ritrovarono immersi nella natura senza che nemmeno se ne accorgessero, tanto graduale fu il passaggio. Dopo aver lasciato l'edificio imboccarono una strada che scivolava verso il basso poi, sulla sinistra, svoltarono in un viottolo che si interrompeva dopo qualche metro e proseguiva con un ponte, posto all' attraversamento di un piccolo fiume.
Ogni rumore della cittadina, seppur non eccessivo, nell'attraversare il ponte si diradò ulteriormente per dar spazio a quei suoni che solitamente facevano da sottofondo ai clacson, al rombo dei motori delle automobili e al vociare prodotto dalle troppe televisioni accese. Lì, sul ponte, tutto ciò si allontanò: i cardellini dettero il LA, come prima cosa; poi venne il turno delle api, dei bombi e dei calabroni, che con il loro ronzio colorirono i virtuosismi canori dei variopinti amici pennuti; al coro si unirono ben presto i passerotti che, dopo una certa titubanza, presero a cinguettare mentre facevano dei bei bagni nelle pozze d'acqua in riva al fiume. Le farfalle, pur non dandosi vanto di poter sfoggiare chissà quale voce, una giravolta dopo l'altra allietarono gli occhi grazie alle loro impeccabili coreografie.
Tra i bambini, tutti allegri e giocosi, solo una si accorse in tempo reale del cambiamento che stava avvenendo. Altea - questo era il nome della graziosa e attenta bambina - prestò attenzione a ogni dettaglio che le si presentava agli occhi e alle orecchie.
- Che bello! - pensò - staremo forse andando a scoprire un nuovo mondo?
Non le era mai capitato prima di attraversare quel piccolo ponte, non ne conosceva nemmeno l'esistenza, tanto meno sapeva cosa vi fosse oltre. Per questo si soffermava a lungo su ciò che vedeva e sentiva, interrompendo spesso la marcia e rimanendo distaccata dal gruppo.
- Altea! - la richiamò svariate volte la maestra - sta' attenta a non rimanere indietro, non devi perderti!
La bimba, udendo la voce familiare, subito si destava, trotterellando dietro i suoi compagni di classe.
- Quanto verde! - Pensò, mentre per ultima si infilava in una strada stretta stretta, che costeggiava alcune case costruite chissà quanto tempo prima.
A dividere due tra le antiche dimore vi era un orticello ben curato, che pareva esser stato studiato appositamente per incantare gli occhi. Le file di ortaggi si alternavano con regolarità, colore dopo colore. Altea li contò: erano quindici in totale, ma non avrebbe saputo dire di quali ortaggi si trattasse, dato che nessun adulto si era mai preso la briga di illustrarle le varietà orticole.
Cammina cammina, il gruppetto si inerpicò su una ripida stradina e quando tutti giunsero alla sua sommità si accorsero di trovarsi ai piedi del monte cui erano diretti. Lì, scoprirono di dover camminare ancora un poco, dato che il luogo speciale si trovava proprio sul monte. Ogni bambino sbuffò, giacché non aveva intenzione di faticare ancora. Tutti meno una: Altea. La bimba si era attardata ad abbracciare un agnellino che, vedendola, si era allontanato dalla sua mamma e le era corso incontro. Era talmente felice da dimenticare perfino di far parte di una scolaresca, perciò inizialmente non si preoccupò di seguire gli altri, ma quando si rese conto di essere sola si agitò un poco, affrettandosi a raggiungere i compagni.
Dopo aver camminato per qualche minuto si accorse di non riuscire a scorgere più nessuno, né riuscì a udire voci che le risultassero familiari. Era sola, in compagnia di un angolo di natura a lei sconosciuto. A questo pensiero le venne una bella paura, eppure in cuor suo qualcosa le diceva di stare tranquilla, perché non sarebbe accaduto niente di brutto. Altea ascoltò quella voce gentile e si rasserenò.
- Dato che son qui da sola, tanto vale che mi dia da fare per scoprire qualcosa di interessante! - disse tra sé. E così fu.
Prese a gironzolare nei dintorni tenendo sempre a mente di non smarrire la strada, fino a trovarsi di fronte ad un albero davvero maestoso. Era grande come una casa, forse ancor di più, con le folte fronde che si allungavano in tutte le direzioni: a sinistra, a destra, poi in alto, verso il cielo, e ancora giù, fino alla terra.
La piccola Altea lo ammirò per bene e corse ad infilarsi tra le sue fronde. Era proprio una casa! Tra gli alti rami gli uccellini avevano costruito sapientemente il loro nido, sulla corteccia rugosa le formiche procedevano in file, tutte prese da inderogabili mansioni. Brillanti ragnatele erano stese al sole, e intanto i ragni parlottavano del pranzo così difficile da catturare.
Era un mondo ancora diverso da quello del ponte, Altea lo capì chiaramente.
- Chissà se anche i miei compagni si saranno fermati qui sotto, - pensò - oppure saranno andati dritti verso la cima?
A quel pensiero, un altro le attraversò la mente in modo del tutto naturale, come se, entrando dentro la sua mente, il primo avesse tenuto la porta aperta per il secondo.
- Quante persone avranno riposato all'ombra di questi rami? - pensò, e istintivamente posò la manina sul tronco, saggiandone la superficie. Emanava calore, sembrava volerla chiamare a sé per un abbraccio.
- Le mie braccia sono troppo corte, non riescono a chiudersi intorno a te. Se così non fosse, ti abbraccerei più che volentieri! - esclamò con un tono sinceramente dispiaciuto. Poi, dopo aver riflettuto sul problema, aggiunse:
- ecco, così potrò abbracciarti!
Prese a girare attorno all'anziana pianta, sfiorandole il tronco con la manina, senza staccarla mai.
Dopo aver girato e girato a lungo, poiché le sembrò che la pianta non fosse mai sazia dei suoi abbracci, le venne un gran sonno.
- Aspetterò il ritorno della maestra e dei miei compagni all'ombra dei tuoi rami, - disse alla pianta che, mossa dal vento, curvò impercettibilmente la chioma. Per Altea quello fu un chiaro segno di assenso, quindi, dopo aver scelto tra tutte la nicchia che abbracciava meglio il suo corpicino - posta proprio tra le radici e il tronco - vi si adagiò e cadde subito in un sonno tranquillo.
Una dolce musica prese a suonare: sembrava provenire da un luogo molto lontano e Altea la sentiva avvicinarsi, lentamente. Rimase in ascolto per qualche istante, la musica le sembrò ancor più vicina di prima, finché si accorse che proveniva proprio dalla pianta.
C'era una cavità, vicino al terreno, che stranamente la bambina non aveva notato. Eppure era tanto curiosa e attenta, come aveva potuto passare del tutto inosservata?
Si avvicinò alla cavità, che dava l'impressione di essere davvero profonda, tanto era il buio che vi regnava. Altea, dapprima timorosa, prese improvvisamente coraggio grazie alla sua innata curiosità, e vi introdusse la testa.
- È proprio della misura giusta! - pensò, - sembra fatta apposta per me!
Quando fu dentro la cavità buia, la musica si levò cristallina e Altea riuscì a distinguere perfino le parole della canzone, che così faceva:

"Danzano, danzano, danzano le fate
sole nel buio, vi prego, non entrate!
Quando saprete che la porta è quaggiù
andar via non potrete, mai più!"

La bambina non si capacitava di quello che i suoi occhi stavano vedendo. Scorse una figura, immersa nell'oscurità, che si intravedeva appena. Una piccola donna danzava e rideva, come se accanto a lei ci fosse qualcuno, eppure era sola. Altea guardò meglio: la donna stava filando con il suo fuso che, sorretto da un filo tanto sottile da sembrare invisibile, dava l'impressione di danzare nell'aria. La donna lo faceva roteare, poi improvvisamente ne bloccava il moto e dopo un istante il fuso girava ancora mille volte in un sol gesto, mosso dalle sue abili mani.
Parve non curarsi di Altea e al contempo la studiò attentamente, invitandola ad unirsi nella danza, senza proferire verbo. La bambina non si mosse, non respirò nemmeno, ma sapeva che questo non sarebbe bastato a sottrarla dallo sguardo della piccola creatura.
Improvvisamente, la donna danzante si illuminò tutta, mostrando chiaramente i tratti del suo aspetto. Era bella, ma non come potrebbe definirsi tale una persona in carne ed ossa; la sua era una bellezza che faceva anche un po' paura.
- Cosa vai cercando? - Domandò, girandosi di scatto verso la bambina che, sorretta da una gran dose di coraggio raccolta chissà dove, decise di non farsi intimidire.
- Cercavo il luogo da cui nasce la musica.
- E dunque, l'hai trovato?
- Credo di sì.
- Credi?
Prima di rispondere Altea scelse attentamente le parole.
- Io credo, signora, di aver trovato proprio la musica. Siete voi la musica, non è così?
La creatura si accese ancor più di luce.
- Dimmi bambina cara, vorresti star qui con me?
Altea ci pensò su, valutando il significato della canzone che aveva udito poco tempo prima.
- Non devo! - Asserì con sicurezza. in un istante, ancor prima che pronunciasse le parole, venne trasportata lontano dalla musica e dalle danze. Il mondo della veglia la accolse: era tornata indietro, senza sapere come.
- Era solo un sogno! - Disse in tono sconsolato. Le venne una gran voglia di piangere, poiché avrebbe voluto parlare con la minuta signora ancora per un po'. Quante domande curiose le avrebbe posto!
Il sole stava procedendo verso l'orizzonte e le voci dei suoi compagni di classe che tornavano dalla gita si spandevano nell'aria. Altea aveva dormito per ore, eppure le sembrava fossero trascorsi soltanto pochi minuti. Durante la gita nessuno pareva essersi accorto della sua assenza.
La bimba sbirciò di nascosto la marcia dei suoi compagni di classe, grazie al favore delle folte fronde. Non appena avessero superato l'albero, fingendo indifferenza si sarebbe unita al gruppo. Con estremo stupore, vide che una bambina identica a lei già si trovava insieme agli altri, nascondendo l'assenza di Altea durante la gita. Ecco perché nessuno era tornato indietro a cercarla! Mentre provava a capire come avesse potuto verificarsi un fatto simile, decidendo anche cosa fosse conveniente fare, con la coda dell'occhio scorse un bagliore. Si voltò e notò la stessa cavità che aveva visto in sogno.
- Ma come è possibile? - esclamò - sono sicurissima che prima non c'era!
Una minuscola luce danzava nel buio, roteando e saltellando giocosamente. Senza alcuna paura, Altea protese la mano per toccarla e la luce si fermò, posandovisi dolcemente. La bimba si portò la manina davanti al naso e quando la aprì, un dito dopo l'altro, trovò al suo interno un dono della donna danzante. Era una bella collana, alla quale era appeso un ciondolo che somigliava molto alla donnina e il sottile filo di cui era fatta era lo stesso che Altea aveva intravisto durante la danza.
Guardò di nuovo in direzione dei suoi compagni che filavano via e notò l'assenza della bambina che le somigliava: era l'occasione perfetta per tornare al mondo reale.
Gli anni trascorsero e Altea tornò tante volte a far visita all'albero dove viveva la piccola donna, portando sempre al collo il gioiello, ma non accettò mai il suo invito a danzare.
Un giorno, divenuta mamma, volle far conoscere quel luogo speciale anche a sua figlia, e la portò con sé.
- Guarda piccola mia, - disse alla sua adorata bambina - in questo grande albero, che si chiama olivastro, vive una bellissima fata!
- Quale albero? - rispose la figlia - io non vedo niente.
Altea impallidì. In tanti anni non aveva capito che l'albero, in realtà, era lì solo per lei.
Da quel giorno non lo vide mai più."

collane in seta tessute a mano 


Vi è piaciuto questo racconto?
Sapete, l'olivastro secolare che lo ha ispirato esiste realmente. Lo incontrai per la prima volta tanti anni fa, proprio durante una gita scolastica, e lasciai un pezzetto di cuore tra i suoi rami.
Ve lo presento... :)

abbraccio albero

Per fortuna, diversamente da ciò che succede ad Altea, il "mio" albero non è scomparso :)
Tante volte mi sono seduta vicino alle radici di questo essere antico a osservare il mondo che ospita. Non solo con gli occhi, ma con il cuore, respirando al ritmo delle sue fronde agitate dal vento. Ho udito il frusciare delle foglie che mutano in mille colori, a seconda della luce che le illumina, come gioielli preziosi da onorare.

Animata da questi sentimenti ho creato la collana "Altea e l'olivastro".

collane in seta tessute a mano con lavorazione ad uncinetto

È stata realizzata all'uncinetto in seta ahimsa; questa seta è detta anche "seta vegetariana" perché ricavata dai bozzoli dei bachi selvatici, dopo la fuoriuscita della farfalla. La crisalide non viene uccisa per ricavare il filato, come tradizionalmente accade con gli altri tipi di seta. Così si fila che è un piacere, anche per le amiche farfalle.
  
Voglio mostrarvela proprio da vicino, in modo che capiate quanto è delicata la tessitura che decora il pancino della donna danzante ArJànas.

particolare della collana ArJànas in seta filata e tessuta a mano

Pensate: la pietra è lunga 2cm e i fili da me filati e tessuti misurano soltanto 0,25mm in torsione a due capi. Il singolo filo, prima di essere ritorto, era spesso all'incirca come un capello!
Arriverà a casa tua insieme alla sua storia stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Capite perché le creazioni ArJànas sono speciali? 
Troverete la collana "Altea e l'olivastro" nel mio negozio Etsy, cliccando sul link sottostante:


Per questa mia creazione ho utilizzato più immagini e parole perché sono convinta che alcune cose, in particolare, vadano raccontate senza fretta, così da permettere a chi legge o ascolta di scoprire la magia che esse racchiudono...
Al prossimo intreccio! :)

mercoledì 30 ottobre 2013

"Cenere e Vino" - Una sciarpa per raccontare la Vendemmia

"Ogni anno Martina attendeva la vendemmia con entusiasmo fin da quando i primi acini facevano la loro comparsa tra le foglie verdi e grandi della vite. Quando andava alla vigna del nonno insieme alla sua zia più cara, per prima cosa controllava che ogni acino della sua pianta di vite preferita fosse dove l'aveva lasciato la volta precedente. Ne seguiva i cambiamenti e annotava nella sua testolina ogni minima variazione di colore e dimensione. Questo per lei era un bellissimo gioco che inventò dal nulla, per trascorrere più pacificamente i giorni che la separavano dalla grande festa della vendemmia. Neanche il Natale per Martina era bello quanto quella ricorrenza!
Quell'anno, come tutti gli altri anni, arrivò il ventun settembre. Al mattino presto la nebbia accolse tutta la famiglia, aprendosi pian piano, fino a lasciar posto alla vista dei filari colorati e carichi d'uva.
Martina si precipitò dalla sua pianta preferita, quella in fondo a destra, nell'angolo esterno della vigna. Il primo taglio spettava sempre a lei, essendo la più giovane di età. Doveva aprire le danze, quasi che la vendemmia in quel momento si trasformasse in una festa da ballo e lei fosse la principessa che ha l'onore di danzare per prima.
Felicissima, la bambina afferrò il grappolo d'uva matura, ma non ebbe il tempo di tagliarlo poiché avvertì subito un forte dolore alla mano. Una vespa volò via e le lacrime cominciarono a venir giù dagli occhi di Martina senza che lei riuscisse a fermarle, né voleva farlo, tanto era il disappunto per aver visto il momento atteso a lungo rovinato in un solo istante. La mano andava gonfiandosi sempre più e le faceva male. Pianse e pianse: inizialmente tutti si diedero da fare per coccolarla e far sì che non pensasse troppo al dolore, ma Martina non riusciva proprio a smettere di piangere. Dopo qualche tempo trascorso così, il resto della famiglia inevitabilmente cominciò la vendemmia, ma tutto era diverso senza le risate gioiose della bambina. Così trascorsero le ore e Martina sembrò aver rinunciato alla festa.
Nel pomeriggio la zia le si avvicinò sorridendo amabilmente, quasi che volesse contagiare a Martina quel sorriso.
- Dai, vieni ad aiutarmi! Non vorrai mica farti rubare la vendemmia dalle lacrime e dal malumore!
- No, sono triste e non voglio più vendemmiare.
- Certo che lo vuoi, e sai perché? Perché se mi aiuterai io ti regalerò un segreto che non conosce nessun altro al mondo.
Il volto della bambina si illuminò di curiosità.
- Dammi la mano, - disse la zia - se mi aiuterai te lo svelerò, promesso!
Le due si incamminarono mano nella mano e così raggiunsero la pianta preferita di Martina.
Sua zia raccolse il grappolo d'uva che Martina avrebbe voluto tagliare se non fosse stata punta dalla vespa.
- Su, taglialo! - la incoraggiò.
Martina voleva conoscere il segreto di sua zia e così cercò con tutte le sue forze di vincere la paura. Impugnò le forbici e poco dopo il grappolo rimbalzò nella cesta, per poi confondersi con tutti gli altri.
- Brava, - esclamò sua zia - ora taglia tutti i grappoli delle prime cinque piante e poi raggiungimi.
Non disse altro. Girò i tacchi e Martina la vide allontanarsi con passo sicuro in direzione della piccola costruzione che veniva utilizzata come rifugio dalla famiglia, quando si doveva vendemmiare; oppure dal nonno, nelle pause tra un lavoro e l'altro nella vigna.
La bimba raccolse in tutta fretta i grappoli e corse dalla zia. La trovò accucciata vicino al camino, dove ancora ardeva qualche brace del fuoco acceso per cucinare il pranzo.
- Vieni qui, siediti vicino a me.
Martina si avvicinò docilmente e si rannicchiò di fronte alla zia.
- Guarda, - disse la donna, e prese a tracciare delle figure femminili nella cenere con l'aiuto di uno stecco; in totale ne disegnò tre.
La bimba seguiva ogni suo gesto, incantata.
- Vedi come danzano? Se smettessero di farlo sarebbe un bel problema... l'uva non maturerebbe più. E non ci sarebbe più festa, né vino!
- Chi sono? - Domandò Martina.
La zia non rispose, ma disegnò altre due donne, ciascuna ai lati delle prime tre.
- Non lasciare che una piccola puntura ti impedisca di danzare. E anche se fa tanto male devi provare a sorridere ancora, se vuoi che il vino venga buono. Ora andiamo a finire il lavoro che abbiamo lasciato a metà!
Così dicendo si alzò e condusse la nipote alla sua amata vendemmia, facendole il solletico, danzando e cantando."


I filari bagnati dalla luce del tramonto, il profumo sabbioso del terreno vangato di fresco, la nicchia fra i cespugli che si tramuta magicamente in una tana sicura da cui sbirciare il mondo, senza farsi notare troppo. Momenti di magia e di attesa, quasi che, rimanendo ferma tra i verdi rami, il tempo si fermasse e l'infanzia non finisse mai... Questo, e molto altro, potrebbe aver notato e vissuto la piccola Martina recandosi nella vigna del nonno per la prima volta, e anche le volte successive, quasi che tornarci servisse a prolungare la magia di quel primo incontro. C'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualche particolare che forse non è stato osservato abbastanza a lungo, nell'antico regno della vite. Bisogna fargli visita ancora e ancora per verificare che tutto proceda bene, fino alla grande festa della vendemmia.
Dopo aver lavorato tutto il giorno tra canti e risa, ma pur sempre duramente, la fine della giornata esploderà in un tripudio di profumi e colori, mentre dei piccoli piedi di fata prenderanno a saltellare sull'uva matura. Sono i piedini di Martina che guidati dall'amore per la Natura e per la vita si animano in una danza allegra e colorata, per scacciare via il malumore. Eh, sì... la zia aveva proprio ragione!

Immaginando ciò che vi ho narrato ho tessuto la sciarpa "Cenere e Vino", e così la storia di Martina si è intrecciata alla mia e a quella di un'altra donna, risalente all'epoca della sua infanzia. La sua storia non ha avuto un finale tanto lieto e nonostante siano passati gli anni la signora, ormai anziana, continua a raccontarla con un velo di tristezza. Nonostante questo, a è valsa ugualmente la pena di ascoltarla e perché no, tramutare la sua tristezza in qualcosa di più bello e buono.

sciarpe in lana tessute a mano al telaio

Ma torniamo alla sciarpa...
Il suo bordo è decorato da un motivo di pippiolini lavorati all'uncinetto: sono gli acini dell'uva che Martina ha raccolto! Ho ricamato una piccola donna "ArJànas" vicino alle frange, di modo che danzi seguendo i tuoi movimenti... la testa della donna è un luminoso bottone di madreperla, per ricordarti di far brillare il tuo sorriso, anche nel buio :)

sciarpe tessute a mano al telaio nel laboratorio ArJànas

La fascia realizzata all'uncinetto, impreziosita anch'essa da un bottone di madreperla, ti permetterà di indossare la sciarpa in un modo ancor più particolare!
Arriverà a casa tua insieme alla sua storia stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Puoi trovare questa creazione tessuta seguendo il link sottostante:


A presto!


domenica 27 ottobre 2013

"Terra e Melagrana" - Un intreccio di ricordi

"Annina aveva quattro anni quando vide per la prima volta una melagrana. Per una bimba nata e cresciuta in città, si trattò di un privilegio molto raro. Fu la sua amata nonna a donarle questo ricordo davvero speciale. 
La bambina si trovava in vacanza in Sardegna insieme ai suoi genitori e un bel giorno, mentre questi erano indaffarati nelle loro faccende, la nonna la condusse presso il piccolo orto che si trovava poco distante da casa sua.
Quando furono al cospetto del melograno carico di frutti, prese tra le braccia la nipotina e la sollevò in alto, così che potesse raccoglierne uno. E fu il più bello e prezioso quello che Annina colse, perché lo scelse seguendo la logica della gioia e della spensieratezza. Afferrò a melagrana con le sue piccole mani. Non sapeva come coglierla!
Falla girare! Falla danzare! - disse la nonna, e cantò:
- Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!
A quelle parole i piedini di Annina toccarono di nuovo il terreno, in una grossa risata.
- Fa' un po' vedere quella melagrana - disse la nonna.
Lei la sollevò, e gliela mostrò, con gli occhi grandi come il mondo.
- È bella, vero? E non hai ancora visto cosa si nasconde dentro! - Disse la nonna, con uno sguardo di complicità.
- Cosa c'è lì dentro, nonnina?
- Devi scoprirlo da sola... e dovrai anche scoprire dove guardare!
Annina rigirò la melagrana tra le mani e dopo averla studiata per pochi istanti si accorse della corona che sormontava la testa del frutto. Guardò sua nonna, e una risata cristallina fece vibrare l'aria. Avvicinò il suo occhietto curioso alla cavità e vi sbirciò dentro, come se si affacciasse al bordo di un pozzo.
- L'ho vista! L'ho vista! Nonna, l'ho vista! E stava ballando!
- Shhh! - disse la nonna - questo sarà il nostro segreto!"

Questa è la storia di Annina... nasce da un ricordo della mia mamma che fin da bambina ho sentito raccontare moltissime volte. Mi diceva di come la mia bisnonna, che si chiamava Dorotea, la portasse amorevolmente con lei per farsi aiutare a raccogliere la frutta. All'alba andavano a piedi fino alla frazione in cui si trovava l'orto, poco distante da casa. Poi tornavano fianco a fianco, con le ceste ricolme di tesori, la mia bisnonna con la sua in equilibrio sulla testa...
Ho sempre adorato sentire questo racconto e così l'ho tessuto, in modo tale che qualcun altro potesse gioirne insieme a me :)

sciarpe tessute a mano al telaio

Certo, la mia versione è un po' diversa: è il frutto nato dal semino che tanti anni fa mia mia madre piantò, raccontandomi la sua storia. È meraviglioso pensare che un ricordo gioioso possa fare tanto bene al cuore di chi lo riceve... nutrirne i sogni, regalare la voglia di vivere a sua volta dei momenti semplici e dolci.

sciarpe tessute a mano al telaio nel laboratorio ArJànas

Eccola qui! Insieme alla sciarpa ho realizzato una spilla lavorata a maglia e all'uncinetto per impreziosirla. Questa richiama la forma della corona sulla testa delle melagrana colta da Annina... e se guardate bene, potrete assistere anche voi alla danza di una piccola creatura!
È la donna danzante ArJànas, che vi invita a danzare con lei :)
Per darle un tocco ancor più particolare, ho pensato di creare un bottone bucando un seme di dattero... questo si è poi trasformato nella sua testolina.
La natura pensa a tutto!

La sciarpa arriverà a casa tua insieme alla sua storia stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Potete trovare la sciarpa nel mio negozio Etsy, cliccando qui sotto:

Al prossimo intreccio! :)

sabato 26 ottobre 2013

Benvenuti tra le "ArJànas"!

Le creazioni "ArJànas" sono uniche e originali.
Ciascun pezzo viene tessuto, cucito e assemblato con tutta la cura necessaria, seguendo l'ispirazione del momento e per questo motivo non è riproducibile.
Dedicate qualche istante a immaginare delle mani di Donna che tessono e intrecciano, muovendosi come al ritmo di un'antica danza.... e così capirete quanto queste piccole Donne siano speciali.

Perché "ArJànas"?
Questo nome ne racchiude in sè altri tre. Arianna, Arja e Janas.
Prima di tutto c'è Arianna, questo è il mio nome. Il nome della divinità che giunge fino a noi dall'antichità, insieme al suo filo. Chi meglio di lei può creare dei magici intrecci?
Poi arriva l'Arja. L'Arja, o Argia, è un ragno la cui figura appartiene anche alla mitologia della Sardegna. La sua pericolosa puntura provocava alte febbri che in passato venivano curate con danze e balli, coinvolgendo tutta la comunità. Gli effetti della febbre, infatti, erano considerati una vera e propria possessione da parte dello spirito del ragno e solo l'euforia della danza, secondo la tradizione, avrebbe potuto salvare la persona posseduta. Questa veniva considerata fuori pericolo solo se avesse riso durante il rituale.
Infine ci sono le Janas, le fate delle rocce. Sono creature capaci di filare così sottile da creare sui loro telai d'oro delle tele impalpabili. In particolari occasioni calavano silenziosamente dalle montagne per unirsi agli esseri umani "in su ballu tundu", il ballo rituale in cerchio.
Naturalmente non può mancare l'acqua. È solo grazie all'acqua dei mari e delle sorgenti sarde che le "Arjànas" divengono capaci di tramutarsi in meravigliose sirene, per aiutare chi ne ode il canto, chi si è perso...

Ho tessuto questi nomi per creare un intreccio dai molteplici significati che si snodano attraverso il tempo e le tradizioni mediterranee, della Sardegna in particolare. "ArJànas" è un nome che racconta di fili, di trame, di misteriose danze, capace di ricongiungere lo spirito al filo di un passato di cui non si deve perdere memoria.
Udite già la musica? Allora, che aspettate? Non siate timidi, venite a danzare insieme a noi!

collana tessuta a mano con tecnica a cintura in lino