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martedì 2 maggio 2017

Canto di vento, di lino e di elicriso


L'elicriso è una pianta che mi è molto cara. In tante occasioni ha saputo ispirarmi e donarmi un pizzico della sua magia per superare momenti di tristezza, aiutandomi a trovare la forza per sorridere ancora... La tenacia gli scorre dentro, insieme alla linfa, e gli dona la capacità di crescere nella terra arida, spesso inospitale, più rigoglioso e forte che mai. Per me è un invito a far fiorire i propri doni interiori ad ogni costo e a inondare il mondo del loro profumo inebriante.

Per questo accompagna spesso le mie creazioni, i miei racconti...

L'ho scelto ancora una volta, insieme ai semi del mio amato lino e a un racconto, per realizzare questo piccolo gioiello. Un'ampolla in vetro, goccia di poesia, che stillerà sul tuo cuore per nutrire e far germogliare i suoi sogni... legandoli alla terra con un filo di lino da me coltivato, filato e intrecciato a mano.



Puoi acquistarla nello shop  

domenica 13 luglio 2014

"Armonia": di mani amorevoli e note dimenticate

Ognuno di noi dentro sè ha una gemma, un prezioso cristallo da proteggere che può avere innumerevoli nomi. Qualche volta viene chiamato cuore, luce interiore, spirito, anima; altre volte può chiamarsi amore, passione, volontà, intento... o semplicemente vita.
Non sempre il cristallo è visibile, potrebbe essere nascosto sotto numerosi strati di polvere, e solo dopo un attenta e lunga ricerca se ne scorgerà il fioco bagliore, incupito dall'incuria nei confronti degli universi celati nel proprio essere.
Tutte le "Donne danzanti" ArJànas hanno un piccolo cristallo proprio per rappresentare questo delicato dono da ricercare, proteggere e far risplendere.

"Armonia", la "Donna danzante" racchiusa in questo bracciale di lino tessuto a mano, cinge il suo cristallo dolcemente, le mani giunte sul ventre, come a voler custodire il tesoro più prezioso che in lei risiede. Mentre veglia pazientemente e amorevolmente il dono, le mani delicate ricercano tutte le altre qualità al di sotto delle trame. Tali qualità vengono sfiorate una dopo l'altra, ripulite dalla polvere, rese lucenti e chiare: così, come note di uno strumento, vibreranno insieme al cristallo dando voce a un'antica Armonia.
Forse, tenendo a mente queste poche righe, con la piccola Donna a guidare la tua mano potrai provare a scostare lievemente le trame del tuo essere, a prestare ascolto all'Armonia che giunge dal profondo lasciandoti trasportare dalle sue note sublimi. Riuscire nell'intento non è certo cosa semplice, probabilmente non avrai la pazienza e la costanza per portarlo a termine, ma provarci è importante...
Le note avranno bisogno di Tempo per ritrovare la purezza del suono e ricomporre la stessa melodia che in tempi remoti risuonava libera e gioiosa, il cui ricordo ora risiede inudito, nell'altrove. 
Non avere fretta, resta in ascolto. È così che, senza accorgertene, comincerai a cercare.

Tesserò il bracciale "Armonia" usando esclusivamente fili di lino naturale, aggiungendo alla tessitura il cristallo più vicino al tuo sentire:

Avventurina (forma a goccia)
Adularia;
Lepidolite viola (nella foto);
Ossidiana nera;
Rodocrosite;
Apatite rutilata;
Granato;
Diaspro picasso;
Avventurina;
Malachite.

Trattandosi di creazioni fatte a mano, ciascun gioiello avrà delle particolarità che lo contraddistingueranno nella forma, nella gradazione del colore e nelle dimensioni.
Ogni mia creazione sarà unica, proprio come chi la indosserà...

Il bracciale "Armonia" fa parte delle "Donne danzanti ArJànas": un po' donne, un po' fate.
Ogni Donna danzante ondeggia sul tuo cuore per ricordarti di vivere con gioia. Se il cuore, stanco e confuso, si smarrisce lungo il cammino, la piccola Donna lo aiuta a ritrovare la Via. Danzando, gli indica la strada che conduce a casa.

Come darle "Vita"?


Immergi la donna nell'acqua per qualche istante, posala sul petto, all'altezza del cuore, e poni le mani su di lei. Dovrai darle un nome... sarà lei a rivelartelo. Quando lo sentirai, soffia sulla piccola pietra. Ecco, ora la donna è tua alleata.


Puoi trovare il bracciale "Armonia" nel negozio Etsy, cliccando QUI

domenica 30 marzo 2014

Flora - Risveglio di Primavera

Collana Flora tessuta a mano con seta selvatica creazioni ArJànas"Era una notte di Primavera e un fresco venticello spirava tra le vie del paese, portando a spasso un pugno di foglie dimentiche del fatto che l'Autunno fosse trascorso ormai da mesi. Il paese, da secoli disteso ai piedi di un piccolo monte, era un luogo che qualche persona poco accorta potrebbe definire "abbandonato da Dio". Anche lo scorrere tempo, per queste persone, sembrava essersi trasferito altrove. In realtà era un delizioso paese del centro Sardegna: qui le antiche mura di pietra delle case erano intervallate da fonti e ruscelli bordati di muschio ed erbe profumate, e da lisce pietre dove, nei giorni d'estate, ci si poteva crogiolare al sole, con una mano immersa nelle acque che correvano fresche per raggiungere il mare. Il paese, tra gli abitanti succedutisi negli anni, aveva visto nascere e crescere una ragazza ora di sedici anni, di nome Serena. Occorre dire che quella notte il suo nome non la rappresentava minimamente: avrebbe voluto dormire, o almeno così credeva, e serrava gli occhi forzatamente ricercando il sonno che tardava ad arrivare.
La luna, - ah, la luna! - che effetto le faceva! Sembrava sussurrarle che la notte è un universo da scoprire, e quando lei diviene piena e tonda, lucente specchio dell'anima, non la si può sprecare dormendo. Serena era sicura che fosse proprio la luna a stuzzicarla, suggerendole questi pensieri. Il dolce viso immerso nell'oscurità della volta notturna carezzava ogni cosa con la sua luce vellutata e, specialmente nelle notti di primavera, quando la Natura si prepara a cantare la sua antica, perenne canzone, un senso di vitale fermento emana dai suoi raggi per posarsi sulle rare fanciulle adatte a riceverne il tocco. Serena era proprio tra queste.
La voce della luna piena, da qualche anno, riusciva ad avere la meglio sulla sua mente. In quelle particolari notti, dopo essersi rigirata nel letto per un tempo che le pareva interminabile, la ragazza prendeva a camminare su e giù per la stanza come un animale in gabbia, sentendosi pervadere da un'energia cui non riusciva a dare un nome né a descrivere con precisione.
Sapeva solo che in quei momenti avrebbe potuto fare e creare una serie infinita di cose ma, data la sua giovane età, era costretta a rimanere in camera sua, perciò si limitava a immaginare le azioni che avrebbe desiderato compiere. Questo esercizio non le dava affatto sollievo e anzi, spesso generava una sensazione di inadeguatezza e sconforto per la sua condizione. Il mondo che si estendeva al di là di casa sua le sembrava ancor più vasto e meravigliosamente sconosciuto, tutto da esplorare, ma lei non poteva percorrere le sue infinite strade.
Serena trascorreva svariate ore in preda a questa misteriosa irrequietezza finché, esausta, si lasciava andare sul vano della finestra, dischiudendola lievemente insieme alle persiane, invitando così la luna a entrare in camera sua. Compiva ogni gesto con fare furtivo; non voleva che i suoi genitori la sorprendessero ancora sveglia e cominciassero a interrogarla sospettosamente. Lasciare che la luna prendesse posto nel suo cuore era l'unica soluzione possibile, in quei casi. Quindi, dopo aver provato a resisterle per un tempo indefinito, faceva ciò che la sua natura reclamava: si avvolgeva nella spessa coperta di lana e così, cullata dai limpidi raggi lunari, il suo viso un terso riflesso dell'astro d'argento, poco dopo cadeva addormentata.
Anche in quell'occasione lo scenario si presentò pressoché identico; eppure, nel luogo che si trova tra il sonno e la veglia, qualcosa di differente accadde. Il ricordo della sua cara nonna, e della storia da lei narrata infinite volte, sbocciò dolcemente come un tenero e promettente germoglio nella mente di Serena. Il racconto aveva come protagoniste delle fanciulle candide come la luna che in quel momento regnava nel cielo, sovrana indiscussa. Nelle notti di plenilunio le fanciulle danzavano nella radura, leggiadre, strette in cerchio attorno al piccolo lago a loro sacro. La nonna indicava sempre il punto esatto con il suo dito paffuto e rugoso:
- Eccole! Sono proprio là! - diceva alla nipote con voce birichina.
- Ma nonna, io non vedo niente. Sei sicura che lassù ci sia qualcuno?
- Certo che c'è. Le fate stanno danzando, altrimenti non ci sarebbe tanta luce. Se ogni mese guarderai il monte con attenzione, prima o poi le vedrai anche tu. Però bada bene, non dovrai saltarne nemmeno uno! - e lo diceva con un tono così sicuro e serio che Serena non poteva far altro che crederle.
Fin dal terzo compleanno della bimba, mese dopo mese, anno dopo anno, le due si ritrovarono sulla terrazza a scrutare con attenzione il monte che si ergeva davanti casa della nonna. Quest'ultima, dopo aver studiato il panorama, puntualmente prendeva a raccontare alla nipote cosa riusciva a scorgere nel paesaggio rischiarato dai raggi lunari:
- Guarda guarda, oggi le fanciulle sono ancor più belle del solito: indossano delle nuove vesti leggere come l'aria, dello stesso colore del grano maturo ricolmo di vita. Stanotte danzeranno proprio per lui, perché cresca alto e dolce, e per i papaveri che vi spuntano in mezzo. Più saranno rossi meglio sarà per tutti! - annuì, rivolgendo il suo sorriso alla montagna, la mano dell'adorata nipote posata tra le sue. Il canto dei grilli, sottofondo della calda notte estiva, le dava ragione.
Il racconto della nonna seguiva il ciclico evolversi del tempo e delle stagioni, e sebbene qualche volta le storie paressero somigliarsi, c'era sempre una sfumatura speciale che le contraddistingueva dalle altre, un prezioso insegnamento dalla semplicità disarmante. Questo era il dono innato della nonna: rendere unico e magico anche il conosciuto. Poiché sapeva varcare l'immagine fisica delle cose, in sua compagnia la vita non aveva modo di essere banale. Serena le era molto legata e trascorreva molto tempo in sua compagnia, a nutrirsi delle storie che la nonna le raccontava e del suo sapere.
Quando le capitava di sentirsi triste, anche se ciò accadeva di rado, le bastava fare una passeggiata con la nonna per riuscire a esserlo un po' meno. In quelle occasioni la vecchina non le domandava cosa non andasse, o il motivo della sua tristezza. Ella, intuendo la situazione, si dava da fare per mostrare il nuovo nel conosciuto a sua nipote, "perché" diceva, "se ti senti triste non devi indugiare nella tristezza, ma spazzarla via con la felicità. Va bene anche se ne trovi una piccola piccola".
- Vieni con nonna, sa pippia* - esclamò una volta che Serena era giunta da lei in lacrime; allora la bimba aveva da poco compiuto otto anni. Mentre filava seduta sul bordo della fontana, nella piazza del paese, dei ragazzi più grandi presero a farsi beffe di lei chiamandola "Tzia Serena". A quanto pare, secondo loro, stava assumendo le sembianze di una vecchia zia per via dei suoi interessi "antichi" e del troppo tempo trascorso insieme a sua nonna. Le tolsero di mano il fuso con la lana che aveva filato poi, dopo averlo gettato nella fontana, corsero via ridendo e lanciandole addosso dei sassi. Piangere non rientrava nelle abitudini di Serena perciò la nonna, intuendo la gravità dell'accaduto, impugnò con flemma il suo fuso e la conocchia con il lino, condusse la nipote fuori casa, e attraversando un discreto tratto di campagna la guidò su per il bosco. Quando vi giunsero imboccarono un sentiero che non avevano mai percorso insieme, ma che, evidentemente, la nonna conosceva molto bene: si muoveva con agilità tra i cespugli della fitta macchia e pareva sapere con largo anticipo quali rami scostare e dove posare i suoi passi. Alcuni passaggi erano del tutto nascosti alla vista e Serena pensò che sua nonna avesse l'abilità di crearli dal nulla con un tocco o, probabilmente, con la sola forza della volontà.
Camminarono a lungo per vie tortuose, tanto che la bimba ebbe l'impressione di essere stata legata al fuso della nonna, e di girare e girare, sorretta da fili che non potevano essere visti. Si sentiva talmente disorientata da non ricordare più il motivo di quel lungo vagare.
D'un tratto, dopo aver oltrepassato un muro di erica in fiore, uno scenario da levare il respiro si aprì davanti ai loro occhi, e fu il colpo di grazia ai tristi pensieri della bimba. Era una radura perfettamente rotonda, di un verde punteggiato di colori; questi ultimi erano i fiori che, deliziosamente, vi crescevano numerosi. Serena era sicura di non aver mai provato tanta gioia prima di allora: prese a saltellare e a danzare facendo mille piroette, lanciando baci con le mani a ogni fiorellino nato in quel luogo di armonia. Improvvisamente aveva voglia di intonare canzoni che ancora non erano state cantate, di ridere spensierata e avere nel cuore tutta la felicità del mondo. Ricordò il motivo dell'ormai lontana tristezza e rise ancor di più, tanto le sembrava insignificante l'opinione di quelle persone.
La nonnina lentamente si levò le scarpe e, dopo averle sistemate ordinatamente oltre i confini della radura, con uno sguardo suggerì alla nipote di seguirla. Serena, dopo averla imitata e aver a sua volta liberato i piedi dalla stretta delle calzature, non esitò un solo istante. Le due si misero in cammino: procedevano lentamente attraverso un nuovo sentiero, addentrandosi tra le alte querce che cingevano la radura appena lasciata alle loro spalle. D'improvviso l'aria si fece nuovamente silenziosa: soltanto gli uccellini la allietavano con le loro cristalline melodie, e il vento muoveva in una danza le verdi chiome delle querce, accompagnando il loro bel canto.
La gioia spontanea provata poco prima dalla bimba non scomparve, bensì mutò in un sentimento di partecipazione al delicato equilibrio di quel luogo meraviglioso. Di tanto in tanto Serena giungeva le manine sul petto e raccoglieva un po' della Luce silenziosa e traboccante che le illuminava l'animo, spargendola poi come polvere luminosa sul sentiero. Le sembrò che quella stessa scena si ripetesse, immutata, da un tempo che non riusciva a calcolare. C'era stato forse un altro tempo, del quale non conservava memoria, in cui il suo cuore aveva provato la stessa gioia?
Nel frattempo la nonna procedeva dinanzi a lei con passo lento ma sicuro. Non si voltò nemmeno una volta per controllare se la piccola la seguisse, certa che in ogni caso avrebbe trovato il modo di raggiungerla. La lunga gonna ondeggiava ritmicamente scoprendo e poi coprendo i piedi nudi e leggeri.
Serena osservava sua nonna e la vedeva ringiovanire ad ogni nuovo passo. Ora non avrebbe più saputo dire con certezza chi tra le due fosse la più giovane. Nessuno avrebbe potuto farlo. Fu proprio quando questo pensiero si mostrò alla sua coscienza che una musica fresca e vitale nacque oltre le fronde; in principio se ne udiva solo l'eco, che ne conservava immutata l'essenza; poi, a poco a poco, la melodia crebbe d'intensità, avvolgendo ogni cosa. Era la voce dell'acqua che con la sua forza richiamava a sé gli spiriti di quel luogo per offrir loro la sua infinita saggezza.
La nonna, nell'udire il richiamo, sollevò la mano destra che impugnava il fuso e parve raccogliere con un rapido movimento qualcosa che galleggiava nell'aria. Serena, distratta dai furtivi movimenti di una donnola che scompariva tra i cespugli, ebbe modo di intravedere soltanto la scia del gesto impressa nell'aria, quando si era in parte già dissolta, ma ebbe ugualmente un sussulto.
- Cos'è stato? - domandò alla nonna rompendo per la prima volta il silenzio, ma non ricevette alcuna risposta.
La piccola si impose di essere più vigile da quel momento in avanti, ma la scena non si ripeté.
Le due si trovarono ben presto a dover passare accanto ad un alto costone roccioso che si ergeva accanto al bosco. Tra gli alberi e la roccia vi era uno spazio assai limitato per procedere. Le fronde, incontrando la parete, avevano dato vita a un cunicolo dove la luce filtrava a stento. Solo di tanto in tanto una lama sfavillante infliggeva un luminoso colpo all'oscurità, lasciando trasparire la bellezza struggente dell'angolo che liberava dal buio.
- Se al mondo esistono luoghi come questo, mi basterà immaginarli per non essere più triste - pensò Serena, mentre procedeva a testa alta tra il buio e la luce.
Il cunicolo arboreo diede una stretta svolta, dopodiché nonna e nipote ne furono fuori.
A Serena occorsero svariati istanti per far sì che gli occhi si abituassero alla luce, dopo il tempo trascorso nella semioscurità. Quando questo accadde, rimase ancora una volta senza parole per ciò che vide: un fiotto d'acqua sgorgava con forza da un'ampia fenditura della roccia, andando a riversarsi in una polla che emanava caldi vapori. L'acqua limpida e invitante scrosciava tra le candide rocce, che la incastonavano come la preziosa gemma al dito di una dama gentile.
La nonna si voltò verso Serena e le sorrise come mai aveva fatto prima di allora. Serena le restituì il sorriso, lasciandosi cadere sull'erba morbida e rotolandosi come un cucciolo libero e giocoso. Lì distesa aprì le braccia, guardò il cielo, e tutto, tutto le sembrò incredibilmente lontano. Ciò che veramente aveva valore non poteva esserle sottratto; la parte più bella e delicata del suo essere non si poteva colpire con i sassi: solo lei poteva accedervi, e questo la rincuorò, colmandole l'animo di fiducia. Si mise a sedere e istintivamente cercò sua nonna: questa, seduta sulle rocce che racchiudevano la polla, stava filando perfettamente integrata nel paesaggio circostante. Ne faceva parte quanto le api e le farfalle, i fiori dei prati, le querce del bosco e gli animali che lo abitavano. Serena le si avvicinò saltellando e si sedette ai suoi piedi, osservandone attentamente i gesti.
- Tu, bambina mia, non hai ancora capito chi sei né quali armi possiedi, - disse la nonna dopo qualche tempo, continuando a filare. Serena la guardava incuriosita.
- Io non ho armi! - rispose divertita. L'idea di andare in giro armata le sembrava davvero assurda.
- Non tutte le armi servono a fare del male - esclamò la nonna, quasi avesse letto i suoi pensieri.
Serena ci rifletté un po' su.
- E allora, se non servono a fare del male, a che servono? - domandò, incredula, la bimba.
- Ma come, - la incalzò la nonna - le hai usate tante volte e ancora non lo sai? - e rise, riponendo il fuso sulla roccia e sollevandosi in piedi. La bimba provava a seguire il filo di quel discorso, ma più ci provava e più si sentiva confusa. La nonna si mise davanti a lei e, guardandola negli occhi, pose entrambe le mani sulle sue spalle. In quel momento la nonna le sembrò altissima; eppure, in realtà, la donna la superava di poco in altezza.
- Le tue armi sono qui dentro - disse, posando una mano sul petto della piccola - e qui dentro - proseguì, sfiorandole la fronte con un dito. Poi, dopo aver tirato un lungo sospiro, continuò:
- Non sai ancora quali siano né a cosa servano, ma ora che ti ho messo a parte della loro esistenza, piano piano imparerai riconoscerle, quando le userai - diede un pizzicotto sulla guancia della nipote e con una strizzata d'occhio chiuse il discorso.
Serena, sbigottita, avrebbe voluto porre tante domande a sua nonna, ma questa si allontanò velocemente da lei. Dopo aver percorso qualche metro si voltò repentinamente.
- Beh, non vieni? - gridò, sovrastando la voce della cascata. - C'è ancora un'ultima cosa che devi vedere.
Serena la raggiunse e insieme si avviarono oltre una siepe di cisto che distava qualche metro dalla polla. La nonna scostò un ramo scoprendo un passaggio nella roccia e invitò Serena a precederla. Ora si trovavano dietro la cascata, in un luogo che risultava completamente invisibile dall'esterno.
- Vedi, sa pippia? - proseguì, - anche se da fuori non si vede, non si può certo dire che questa bellezza non esista! Anche dentro di te esiste tanta bellezza che non riesci a vedere, perché non hai ancora imparato a riconoscerla: per far questo devi sapere che c'è. Ora, il resto devi farlo tu, vivendola. Vivere la tua bellezza è un'arma che potrà difenderti e permetterti di realizzare grandi cose nella vita.
Serena si sentiva stordita, nessuno le aveva mai detto una cosa simile. Abbracciò sua nonna e calde lacrime di felicità le rigarono il viso. La bambina si sentiva come se dentro di lei fosse stata aperta una fonte prima sconosciuta. Le venne voglia di bagnarsi in quelle segrete acque e di conoscerne tutti i misteri, ma non sapeva da dove cominciare. Si guardava intorno, frastornata.
- Vivi la bellezza che sta fuori e chiedile di mostrarti quella che si nasconde all'interno del tuo cuore. Immergiti in queste acque, ti farà bene e ti aiuterà a capire - così dicendo la nonna sgattaiolò via, lasciando Serena da sola all'interno della piccola cavità rocciosa. Dopo qualche istante trascorso a pensare alle parole della nonna, si tolse tutti i vestiti e cercò di entrare in acqua, facendo attenzione a dove posava i piedi. Una mossa maldestra la fece scivolare con un bel tonfo. Quando riemerse dall'acqua, Serena scoppiò a ridere della sua goffaggine.
- Altro che bellezza, non ne combino mai una giusta. Sono una frana!- poi, riflettendo sulle parole pronunciate poco prima da sua nonna, si rese conto che questo non era ciò che pensava realmente, e si meravigliò subito di averlo capito.
Immersa nelle calde acque della polla, accompagnata dallo scrosciare della cascata, la bimba sentiva che anche la nuova fonte che aveva percepito poco prima stava cantando una canzone. Cercò di seguire quel ritmo con la voce, e di tanto in tanto, mentre cantava, avvertiva dei brividi di emozione.
- Sarà questa la bellezza di cui parla la nonna? - pensò.
Un dolce languore la avvolse guidandola in una profonda quiete.
Quando si ridestò cominciò a sentirsi affamata, e capì che era arrivato il momento di uscire dall'acqua. Provò e riprovò ad arrampicarsi, ma le rocce scivolose non le permisero di far presa e risalire per recuperare gli indumenti. Con uno slancio attraversò il forte getto dell'acqua calda e improvvisamente si ritrovò all'aria aperta, dall'altra parte della polla. Sua nonna aveva un'espressione divertita mentre la osservava.
- Beh, cosa c'è sa pippia?
- Ho lasciato i vestiti là dentro e non so come tornare indietro.
- E che problema c'è? Esci dall'acqua e vai a prenderli.
- Ma mi vergogno di farmi vedere così! - rispose la bambina, pensosa.
La nonna rise di gusto e, andando a recuperare i vestiti della nipote, le diede ancora da pensare.
- Le vedi queste mani? - disse, sollevandole entrambe, - ti hanno aiutata a nascere. Quando sei venuta al mondo non avevi i vestiti addosso, eppure non ti sei vergognata neanche per un momento - e così dicendo posò il suo scialle sul bordo della polla, per permettere alla nipote di coprirsi. Questa lo afferrò e se lo legò intorno al petto, lasciandolo ricadere come un pareo.
- Forse un giorno capirai cos'è veramente il sentimento della vergogna, - proseguì seria la donna, - e anche quando si dovrebbe provare.
Dopo essersi assicurata che la nonna non la stesse guardando, Serena si asciugò frettolosamente il corpo con lo scialle e indossò la sua camiciola di lino; era l'abito preferiva, per via della sua leggerezza. La camiciola era sottile, e quando Serena si muoveva questa svolazzava ovunque, facendola sentire eterea come una delle fanciulle fatate che popolavano le storie narrate dalla nonna; ma ora, mentre la indossava, la sentiva stranamente pesante. Le parole udite poco prima, sottilmente ricamate dalla nonna nell'animo della bimba, si erano insinuate anche nelle fibre di lino? Di sicuro qualcosa era profondamente mutato. Le sembrò che se non avesse avuto quell'abito, un tempo quasi impalpabile, avrebbe potuto librarsi nell'aria. Rimase a lungo immobile, lo sguardo affidato al fluire delle acque della cascata.
Quando fu tempo di andare la nonna si avvicinò a lei, le porse la mano chiusa e, dopo aver preso dolcemente la sua, vi lasciò scivolare il contenuto: era una collana che lei stessa aveva tessuto per la nipote, dalle sembianze di una piccola donna.
- Questa è tua, sa pippia. Si chiama Flora, perché è nata in Primavera. Prenditi cura di lei come di te stessa - disse, scandendo ogni parola. Legò il gioiello al collo della bimba che, estasiata, ammirava la donnina rigirandola tra le dita.
- Com'è bella! È talmente piccola! - esclamò.
- Vorrà dire che crescerete insieme.
Serena era davvero felice del regalo di sua nonna, quella giornata era stata un crescendo di emozioni. Non aveva ben compreso alcune delle cose avvenute, ma non se ne preoccupò perché pensò che probabilmente le avrebbe fatte sue in un altro momento; in realtà già le appartenevano, ma questo fu proprio il tempo a rivelarglielo.
Nel frattempo la nonna, china su una roccia, stava ripiegando con cura lo scialle che poco prima aveva offerto alla nipote per coprirsi. Era ancora umido e conservava in sé tracce del sentimendo di vergogna lavato via dal corpo della bimba, insieme ad altri pesi che gravavano sul suo animo. L'anziana donna lo richiuse stretto in un involto, quasi volesse evitare che qualcosa potesse liberarsi dalla sua presa. Immerse ripetutamente lo scialle nell'acqua, lo batté e lo strizzò con forza pronunciando delle parole a bassa voce.
Serena, rapita dalla bellezza del dono appena ricevuto, non si accorse di ciò che stava accadendo alle sue spalle.
- Grazie nonnina! - trillò - Non so come farei senza di te - e corse ad abbracciarla ancora e ancora, come se improvvisamente si fosse ridestata da un incantesimo.
- In qualche modo ce la farai. Se continuerai a cantare, a cercare le piccole felicità e a guardare la luna, tutto diverrà semplice.
E così, strette strette, le due ripercorsero la strada che le aveva condotte fino a quel luogo incantato.
Nella vita ogni cosa, bella o brutta che sia, ha una fine reale o apparente. Qualche tempo dopo, infatti, la cara nonnina venne a mancare e Serena ne fu distrutta.
Nonostante le raccomandazioni della nonna, la bimba non voleva più saperne di guardare la luna o di cantare: figuriamoci, poi, se le andava di cercare le felicità. Cancellò tutti i ricordi legati a sua nonna: uno dopo l'altro li rinchiuse in un angolo del cuore per non soffrire più per la sua mancanza. La collana fu riposta lontano dalla vista e dimenticata in breve tempo.
Ma la luna non si lasciò dimenticare: continuò a picchiettare sulle sue palpebre chiuse, spronandola a farsi guardare. Proprio in quella notte di Primavera compì la sua magia, e Serena ricordò ogni cosa: tutto ciò che aveva accuratamente dimenticato la travolse come l'acqua della cascata.
La ragazza aprì l'armadio e scoperchiò la scatolina in cui, negli anni, aveva riposto i suoi pochi beni preziosi: qui trovò la collana. Dopo averla baciata, se la mise al collo, poi si guardò intorno e ascoltò attentamente. Il silenzio della notte le rivelò che i suoi genitori dormivano profondamente.
Afferrò la coperta di lana, si calò dalla finestra e si infagottò per bene.
A passo sicuro e svelto si diresse verso la montagna. Ora ricordava che, da qualche parte, le fate stavano danzando per far rinascere la Primavera, e lei non voleva più stare solo a guardare."

*Sa pippia: bimba.

La storia che avete appena letto è dedicata a "Flora", una collana ispirata alla Primavera e alla sua dolce poesia...
La minuta tessitura in seta ahimsa filata a mano e il cristallo naturale danno forma al corpo della piccola donna fatata.
Verrà impreziosita da una pietra dura a vostra scelta tra:
Chrysotine;
Avventurina;
Malachite;
Granato;
Diaspro Picasso.


Potete trovare "Flora" nel mio negozio Etsy... cliccando qui


collane ArJànas FloraParticolare della collana Flora   scegli la tua pietra per la collana Flora



Al prossimo intreccio! :)

mercoledì 5 marzo 2014

Orizzonti: una sciarpa tra il cielo e il mare

Creazione ArJànas sciarpa grigia e verde "Orizzonti""Sai, dall'incontro tra il sole e il mare, al tramonto, qualche rara volta nasce un bel fiore che non appartiene al mare, alla spiaggia o al cielo, né tantomeno al sole. Sboccia nel cuore di chi è così fortunato da riuscire a scorgerlo, a coglierlo al momento opportuno; e nel cuore rimarrà, finché il calore del ricordo che l'ha visto nascere sarà vivo. Il fiore terrà compagnia al cuore nelle ore più buie e schiudendo leggermente i suoi petali insinuerà, tra un battito e l'altro, un lieve raggio di sole, un granello di sabbia, una goccia d'acqua. Per farsi ascoltare incurverà leggermente la sua corolla, protenderà i petali colorati, con il loro tocco solleticherà dolcemente il cuore. Un giorno potrebbe capitare che questo bel fiore, non udito, appassisca, ma senza sparire mai del tutto. Una polverina impalpabile, testimonianza della sua esistenza, svolazzerà ovunque impregnando di sé ogni tessuto; si infiltrerà pure nel cuore per scuoterlo ancora un'ultima volta.
- Non dimenticarmi! - dirà senza parole, mutando nella forma, ma non nell'essenza. La bellezza vissuta non svanisce mai nel nulla, anche se non se non si ha la premura di conservarne intatto il ricordo. Oltre l'orizzonte ci sarà sempre nuova bellezza pronta a richiamare i nomi di ogni bellezza conosciuta e dimenticata.."

particolare del finale della sciarpa "Orizzonti" del laboratorio ArJànas
Da questa immagine è nata "Orizzonti", una meravigliosa sciarpa tessuta e rifinita a mano, arricchita da una piccola donna danzante ArJànas tessuta e da un fiore realizzato all'uncinetto, impreziosito da un bottone opalescente. È stata tessuta insieme alla sua storia che arriverà a casa tua insieme alla sciarpa, stampata su carta FSC (Fonti gestite in maniera responsabile), racchiusa in un piccolo libro rilegato a mano.
Spero vi piaccia!
Potete trovarla nel mio negozio Etsy cliccando qui: Orizzonti








Al prossimo intreccio! :)


venerdì 3 gennaio 2014

L'abbraccio del mare

Collana in lino creazioni ArJànas "L'abbraccio del mare"
C'era una volta una piccola donna di lino intrecciato che desiderava incontrare il mare. Ne aveva sentito parlare tante volte, eppure la giovane amica che la teneva sul petto, proprio vicino al cuore, quando si trattava di far visita al mare era decisamente categorica:
  - Tu, amica mia, rimani qui a casa, - diceva con uno sguardo assai preoccupato negli occhi, - non vorrei che ti sciupassi o ti perdessi.
E dopo poco se ne andava via saltellando con una grossa borsa in spalla. Questa borsa era piena di oggetti che, diceva, al mare le erano indispensabili.
Quando faceva ritorno la ragazza raccontava alla donnina di lino tutte le meraviglie vissute in compagnia del mare; ma per la donnina non sarebbe stato necessario sentire ogni piccolo particolare narrato, perché la pelle dorata della sua amica, ricoperta da piccoli cristalli brillanti, gli occhi verdi luminosi e languidi per il tanto ridere rivolti al sole, dicevano già tutto.
   - In questo luogo meraviglioso ci dev'essere anche dell'altro, qualcosa che non si può raccontare perché tutte le parole del mondo non basterebbero a descriverlo! - rifletté tra sé, mentre osservava la vista che si schiudeva davanti ai suoi occhietti al di là della finestra, un giorno in cui rimase a casa. Dal suo posto d'onore, in alto sulla mensola, riuscì a vedere l'ultimo spicchio di sole che andava a nascondersi dietro le case.
  - Anche lui starà per incontrare il mare? - chiese con lo sguardo, rivolgendosi alla cornice che racchiudeva un'immagine ripescata dall'infanzia della giovane amica. Poi, come se avesse improvvisamente ricordato qualcosa di importante, aggiunse:
   - Spero che non si sciupi o non si perda nell'acqua!
Prese a fantasticare, immaginando di poter arrivare fino al mare aggrappandosi all'ultimo raggio di sole, che pareva proprio tenderle la mano per accompagnarla. In quel momento accadde qualcosa di davvero insolito. 
Un gabbiano baldanzoso che veleggiava nell'aria, sorretto dalle sue ali esuberanti, intravedendo saettare un bagliore all'interno di una camera tra le tante, virò repentinamente per raggiungerlo e capire cosa fosse, perché era assai curioso. Sapeva bene di dover prestare molta attenzione quando si trattava di avvicinarsi ai luoghi frequentati dagli umani, ma in quel caso non si preoccupò troppo e si diresse spedito in direzione della finestra aperta; sembrava quasi un invito a entrare e a ficcanasare.
  - Quando trova una finestra spalancata questo gabbiano non si fa pregare, no no! - esclamò, gonfiando il petto, mentre posava le zampe sul davanzale e ripiegava le grandi ali. Dalla finestra saltò sul letto con fare buffo, e rendendosi conto che il suo incedere a piedi non era regale e distinto quanto il suo volo, ne spiccò uno piccolissimo andando ad appollaiarsi sull'armadio.
   - Vediamo un po' cosa abbiamo qui, - aggiunse con fare teatrale, come se si trovasse di fronte a un pubblico, e nel frattempo scrutò la stanza dall'alto. Dopo aver osservato tutto intorno a sé, infine guardò in basso e di nuovo vide il bagliore che poco prima saettava nei raggi del tramonto. La piccola donna di lino portava una pietra sul petto e questa rifulgeva di luce di quando in quando, anche se, in verità, non sempre lo faceva grazie ai raggi del sole.
  - Oh, ma tu brilli! Sembri quasi viva, anche se a vederti non si direbbe proprio! - gracchiò il gabbiano con voce nasale.
   La donnina non rispose perché non aveva il dono della parola, ma ripensò al modo in cui i minuscoli cristalli splendevano sul corpo della sua giovane amica e si emozionò, brillando ancora una volta. In verità non era il sole a farla brillare, ma il ricordo del mare mai visto. Che amore singolare, il suo!
Il gabbiano, vedendola brillare così vivacemente, non seppe trattenersi. Pensava che la pietra che la donnina portava sul petto fosse davvero prodigiosa, giacché brillava tanto pur risultando del tutto opaca alla vista. Preso dall'impeto della cupidigia si fiondò sulla mensola facendo un gran baccano e mettendo a soqquadro tutti gli oggetti che vi erano stati accuratamente riposti; afferrò la piccola donna con il becco e volò oltre la finestra aperta. Era deciso a mostrare a chiunque il prodigioso tesoro trafugato con il suo stesso becco da una autentica casa degli umani. Al mondo non poteva esistere un pennuto più impavido di lui, e il mondo intero doveva saperlo!
  - Ti porterò in un luogo sicuro, nascosto tra le scogliere, e tutti si contenderanno l'onore, che dico l'onore, il privilegio! di poter ascoltare la vicenda della tua cattura narrata dal becco di questo gabbiano. Oh, sì che lo faranno! E questo gabbiano sarà felice di raccontare le sue prodezze, non prima di aver ricevuto un bel pesce, che sia proprio grasso e succulento!
   La piccola donna non parlava ma sentiva tutto. Non poteva sopportare l'idea di vivere una vita simile, relegata in una prigione che non aveva scelto, sfruttata da uno sconosciuto che voleva perseguire un ideale di mera vanità; se abbinato alla sua evidente avidità lo scenario si tingeva di tinte assai sconfortanti.
   Inoltre, seppur vicino al mare, un posto simile non poteva certo dirsi adatto a lei, che era nata per vivere accanto  a un cuore sincero, ricolmo d'amore. La sua amica le voleva bene, e anche se non condivideva con lei ogni momento della sua vita, non era avara o priva di scrupoli come quel gabbiano. La donnina ebbe quasi la tentazione di rimpiangere la camera che tante volte aveva sognato di lasciare, eppure non si perse d'animo, non proprio ora che il mare era vicino; in realtà non sapeva che aspetto avesse, ma sentiva che l'avrebbe riconosciuto all'istante, così come lui avrebbe riconosciuto lei.
   D'un tratto, oltre un palazzo, la donnina scorse qualcosa che era tutto un luminoso danzare di blu e d'oro, come una coperta vellutata animata da preziosi ricami e pizzi bianchi. Se osservato nell'insieme questo manto sconfinato sembrava immobile e pesante, eppure i suoi dettagli si rivelavano vivaci e mutevoli. Non volevano fermarsi in un sol luogo perché la loro vera essenza era racchiusa nel movimento.
   - Sono queste le onde del mare? - domandò a se stessa la donnina, felice e commossa, - Siete voi, non è così? Portatemi nel luogo cui appartengo, ve ne prego!
   E così fu che la donnina brillò ancora, e ancor più forte di quanto avesse mai fatto, perché il mare era così vicino da poterne udire il canto spumeggiante e sentire i suoi mille profumi sovrapporsi, vivificando i sensi.
   Alla donnina parve di essere giunta finalmente a casa, non avrebbe voluto far altro se non tuffarsi tra le onde e vivere in quell'immenso regno azzurro.
   - Non posso lasciarmi sfuggire questa occasione, - pensò. - Devo assolutamente trovare il modo di raggiungere l'acqua e dire addio al destino che mi attende se rimarrò nel becco di questo odioso pennuto! - aggiunse tra sé, con determinazione.
   Nel frattempo il gabbiano pregustava i lauti banchetti che avrebbe potuto organizzare con tutto il pesce raccolto grazie alla prodigiosa donnina, ed ebbro di tali fantasie non si accorse di ciò che stava avvenendo all'interno del suo becco: la decisione e la fermezza che animavano la donnina accesero di luce la pietra, e questa volta l'intensità che raggiunse fu così potente da renderla incandescente. Immaginate dunque quanto fu lesto il gabbiano nel mollare la presa, lasciando cadere nel vuoto la nostra beniamina.
   Dopo un volo che le parve interminabile, questa si tuffò nell'acqua, credendo di vivere un sogno; ma non era affatto un sogno, era reale! Il suo più grande desiderio, seguendo vie contorte, era divenuto finalmente realtà. Quante piccole bolle aveva intorno, e come era fresca e gioiosa la sensazione che provava stando immersa nell'acqua!
   Prese ad agitare la sua gonna e si rese conto che riusciva perfino a nuotare come un pesce, e così si portò in superficie e scivolò sulle onde spumose, una cresta dopo l'altra, danzando. Lasciandosi trasportare vivacemente, giocando con i pesci che le solleticavano i piedi sfiorandoli con le loro pinne, sostenendo la danza che li animava con dei dolcissimi baci, avanzava felice come non era mai stata prima. La donnina non ebbe paura di ciò che poteva accaderle da quel momento in avanti, non pensò che i curiosi abitanti del mare potessero nuocerle, o almeno non più di tanto.
    - Sono piedi forti, i miei. - diceva tra sé - Non smetterò di danzare per via dei pericoli che potrei incontrare. Ora che ho conosciuto il mare non potrà   succedermi niente di brutto.
   E così, passo dopo passo, affidò la gioia e la spensieratezza che scaturiva dalla sua danza alle bollicine che frizzavano tra i flutti, disperdendosi all'inseguimento di questa o quella corrente.
   - Vorrei sapere dove andranno, e se un giorno torneranno qui, - rifletté. D'un tratto, notando che le bolle apparivano di continuo, instancabili, a ogni più delicato moto ondoso capì da sola che sì, sarebbero tornate, ma non sarebbero state più le stesse. Del resto anche lei era sempre la stessa donnina di mezzora prima; eppure, rispetto a quando se ne stava seduta sulla mensola, quante cose erano cambiate, nel suo cuore e nella sua vita!
   A quel punto il mare si animò delle sue emozioni e dei suoi pensieri, e tutti coloro che, ovunque al mondo, ebbero la fortuna di bagnarsi nell'acqua poterono in qualche modo sperimentare la stessa gioia che provò la donnina di lino.
  Non troppo lontana, la sua amica attendeva il tramonto seduta sul bagnasciuga; osservava le conchiglie e i sassolini disposti in file ondulate, il cui ordine veniva rimescolato di volta in volta dalla paziente risacca. Improvvisamente la ragazza avvertì al centro del petto una sensazione che la indusse a rivolgere i suoi pensieri alla donnina di lino; avvertiva la sua mancanza e desiderò tanto averla lì con sé. Pensò qualcosa che non aveva mai pensato prima di allora.
 - Non avrei dovuto lasciarla sulla mensola per paura di perderla o rovinarla. In fondo non si può rovinare ciò che si ama davvero.
   Volse per l'ultima volta il suo sguardo al tramonto, decisa a tornare a casa dopo un ultimo tuffo. Avrebbe raggiunto la sua amica e il giorno seguente avrebbero fatto visita al mare, insieme. Con questi propositi nella mente e nel cuore, mentre si allontanava a passi lenti dalla riva, le parve di scorgere un leggero bagliore che si muoveva tra le onde. Rimase ferma, in attesa, perché dentro di sé sapeva che questo era ciò che andava fatto.
   La piccola donnina di lino intrecciato si avvicinava e sembrava che lo facesse danzando! La ragazza non se ne capacitava, eppure era proprio ciò che stava accadendo: non era necessario correre a casa, né attendere il domani, perché la donnina di lino stava arrivando da lei, ed era scortata da una nuvola di piccoli pesci di un blu che saettava d'argento; da un velo di microscopiche creature marine iridescenti che si dischiudeva leggermente e ondeggiava al suo passaggio; c'erano anche dei pesci appena più grandi, dal colorito diafano, con una vistosa macchia nera sui fianchi e sulla coda, che si davano un gran daffare per allontanare gli ospiti indesiderati dal pacifico corteo danzante. E poi ancora le lievi increspature del mare, i raggi del sole che si rispecchiavano su di esse in una scia infuocata che si protendeva da lì all'infinito, contribuirono a rendere quell'istante il più magico di sempre, per la ragazza incredula, ma soprattutto per la donnina.
   La giovane, impaziente, si tuffò; le due amiche si incontrarono nell'abbraccio del mare, che unisce ciò che deve essere unito e ciò che non ha ragione di esserlo, separa.
   Da quel giorno niente e nessuno poté dividerle.